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Le immagini su questo blog sono tratte in massima parte dalla rete , casomai violassero diritti d'autore vi ringrazio per famelo presente e saranno rimosse.
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20 dicembre 2011
Il gelo nel sangue capitolo quarto ( o quel che sarà )
Il gelo nel sangue capitolo quarto ( o quel che sarà )
Il giorno successivo Alberto era riuscito a rintracciare Barbara tramite la farmacia della Misericordia. Avendo specificato che l’appuntamento non era per lui, bensì per una
sua cliente- tale Marisa Di Stefani - Alberto era sicuro di non essere frainteso. Barbara non si era fatta viva. Lo disturbava il pensiero che lei si rifugiasse in un atteggiamento distaccato e freddamente professionale. L’appuntamento fortunatamente era stato prenotato per il primo pomeriggio, sarebbe passato almeno un’ora prima che toccasse al paziente successivo.
Alberto in un primo momento aveva scartato quest’ipotesi, poi si era deciso a coinvolgere anche Giorgione sulla soluzione del problema il cui spessore umano lo intimidiva.
Era stata certamente una buona mossa. Giorgione si era dimostrato comprensivo e sollecito. Certo aveva reguardito Alberto sulle conseguenze del suo agire, sul fatto che bisognava
andarci cauti e che storie come quelle non potevano portare altro che guai. Tuttavia si era lasciato coinvolgere anche più del dovuto, mostrando un ardimento che lo aveva spinto ad abbandonare recriminazioni e tentennamenti. Giorgione era passato all’azione con un piglio molto pratico, badando bene a non consultarsi preventivamente con Alberto.
Non gli piaceva vedere il nipote esposto emotivamente e nella professione. Si sentiva sicuro di mantenere un certo distacco. Avrebbe ricercato le informazioni giuste. Sapeva di potersi fidare di Gino. La sera stessa che aveva appreso la notizia si era recato alla farmacia, giù in paese. Mancava circa un quarto d’ora alla chiusura. Giorgione aveva trovato Gino indaffarato dietro alla preparazione di un prodotto galenico. L’assenza di clienti aveva favorito la confidenza tra loro e i due erano entrati in argomento senza troppi preamboli:
“Certo è una bella grana. Menomale che è già l’ora di chiudere. È meglio se ti accomodi al tavolo sul davanti, mi sa che la discussione si fa intricata. Ora sistemo questi flaconcini,
rassetto le bilance e il banco di lavoro e ti raggiungo. È questione di qualche minuto”.
In effetti, i due si separarono per pochi minuti. Gino prudentemente tirò la porta a serranda che chiudeva l’accesso alla farmacia, in modo da non doversi preoccupare per visite inopportune. Spense la luce centrale e raggiunse l’amico al tavolo, portandosi dietro una confezione di Shoum. Ne offrì un bicchierino anche all’amico, ma questi rifiutò prontamente.
“Se ti rivolgi a me con la segreta speranza di potere contare su un rimedio naturale per un aborto spontaneo, ti dico subito che non è cosa. Prima di tutto si tratta di pratiche dall’esito incerto, sconsigliabili in particolare se la donna è già entrata nel terzo mese di gravidanza, come mi sembra sia il caso della nostra Marisa. E chi l’avrebbe mai detto eh… Marisella. Certo ha sempre avuto poco cervello. Cosa tu vuoi sperare, quando uno nasce in una famiglia disgraziata come quella! Piuttosto, si sa nulla di chi è il padre?”
“ Non ti mettere a spettegolare, lo sai che questa è cosa su cui mantenere uno stretto riserbo. In un paese si fa presto a spargere le voci. Se si viene a sapere che ce ne siamo occupati, per noi professionalmente non ce ne può venire che danno”.
“ Che ti prende, non mi sono mica rincitrullito. Facevo così per allentare la tensione. Ti sei accorto che stiamo abbassando la voce, parliamo al chiuso, in luogo anche poco rischiarato dalla luce. Se qualcuno ci vede, ci prendono per cospiratori. Che poi di grandi segreti non ce ne sono. Le nostre donne hanno sempre saputo il fatto loro a questo riguardo”.
“ I meno informati siamo proprio noi uomini. Anche persone come noi che in fondo per professione ne dovrebbero sapere più degli altri, spesso si questi temi siamo all’ABC. Non avrai mica intenzione di parlarne ad Adele?”.
“ Ad Adele no, significherebbe anche riportarle alla memoria eventi spiacevoli che ci hanno riguardato da vicino …”.
“Già, scusa, me ne dimenticavo. Certo che quell’aborto per tua moglie fu proprio un tocca sano. Non solo per l’età avanzata. I vostri rapporti a quell’epoca non erano propriamente idilliaci. Erano più le notti che passavi fuori che quelle in famiglia”.
“ Scommetto che non hai mai sospettato nulla”.
“Cosa vorresti dire?”.
“ Io alla tesi dell’incidente non ci ho mai creduto troppo. Adele si mise a girare per il paese con quella bicicletta. La usava anche prima, ma durante la gravidanza era diventata
sventata. Che ti devo dire, non ho mai approfondito; sono stato un vigliacco, lo riconosco. In ogni caso quella soluzione fu la più gradita. Da allora in poi, sarà stato per il senso di colpa o per la preoccupazione per la salute di Adele, sono tornato tra le mura domestiche con la coda tra le gambe. Dopo di allora non sono sempre stato un santo, ho cercato però di salvare almeno le apparenze“.
“E’ molto strano, sai, che negli anni passati mai ci siamo presi la briga di parlare di questi argomenti o di quest’episodio, mai abbiamo sentito l’esigenza di confidarci in proposito in maniera così diretta come oggi. Ora che mi ci fai pensare mi viene in mente una conversazione con Lina durante la quale lei ha tentato un affondo. Se ricordo bene, il filo del suo pensiero andava proprio nel senso che tu mi hai anticipato. Eppure Lina non era malevola, lo sai. Se c’era una persona poca avvezza alla maldicenza che quasi disprezzava il pettegolezzo, questa era lei. Lina però qualche dubbio lo aveva avuto. Non credo per effetto di confidenza, probabilmente l’aveva guidata il suo intuito femminile e l’attenzione che sempre dedicava alle persone cui stava vicino. Invece io, anche in quella conversazione, fui poco disponibile ad ascoltarla. Dalla vostra vicenda trassi solo occasione di vantaggio. Ricordo bene sì, allora eravamo giovani e poco propensi alla melanconia, perlomeno io. Mi sembrava assurdo che ci impicciassimo dei fatti vostri. Noi non avevamo certo di questi pensieri. Anzi, avevamo definitivamente abbandonato l’idea di fare un figlio. D’altronde la natura stessa lo impediva. Da poco tempo Alberto era tornato a stare con noi e Lina
riversava su di lui tutto il suo affetto. Alberto allora frequentava il liceo e sarebbe tornato tardi quel pomeriggio. Io già mi adattavo male alle cautele che imponeva quella vicinanza per noi insolita. Insomma te la faccio breve, fui preso da un assalto d’insana passione e convinsi Lina a concedersi a me, con immediatezza, anziché nel letto coniugale, sulla poltrona di fronte al camino della cucina. Le occasioni per noi di un’intimità così diversa e improvvisa si facevano appunto più rade e quella volta ci è rimasta impressa a lungo nella memoria”.
“Ti manca proprio, eh Alberto, la tua Lina. Il vostro è stato sempre un bel rapporto, niente a che vedere con la vita di coppia mia e di Adele. Certo io non posso lamentarmi. L’ho sempre riempita di corna, come un corbellin di chiocciole. In questi ultimi tempi, con la figlia e il genero in casa, mi sono solo un po’ moderato”.
“Anche io comunque non sono mica un santo. Ultimamente, ti dirò, sì Lina mi manca, ma il corpo è debole. L’ultima volta che sono andato a mangiare a Montefioralle, con Alberto, non ho potuto fare a meno di notare che hanno assunto una cameriera nuova: una bella figliola, soprattutto di corpo, slanciata, nonostante le rotondità, con delle belle gambe tornite e un seno prosperoso. Sono stato distratto per tutta la cena. Non so se anche Alberto se n’è accorto. Menomale che ha guidato lui anche al ritorno, perché io ero proprio deconcentrato. Ero di umore alto e il mio fisico lo testimoniava. Solo, sai, rincasando… mi è presa la malinconia. Che mi metto a sessant’anni a praticare da solo? Fatto è che io mi sento ancora giovane. Certo la morte Lina mi ha fiaccato nello spirito e a complicare tutto si è aggiunta la storia del diabete ”.
“ Oggi il diabete si tiene bene sotto controllo e un uomo come te a sessant’anni è ancora giovane. Se te la senti e tu vuoi un consiglio, non aspettare però troppo tempo e trovati una compagnia fissa. A Lina il bene e il rispetto lo hai portato da viva. Oggi non c’è niente che tu possa fare per lei. Io almeno tengo quest’opinione e come la penso, così te la dico. Sarà meglio che torniamo al nostro tema, perché si sta avvicinando l’ora della cena e, tra poco, si fa viva Adele. Non è più gelosa come da giovane, ma è sempre appiccicosa. Ecco, cosa ti dicevo, lo senti lo squillo del telefono?”.
Così dicendo Gino si era alzato dal tavolo, e ora quasi si giustificava con Adele:
“ Adele, su, sii comprensiva. Lo so, lo so, i piatti si freddano. Fatto è che è venuto a trovarmi Giorgio e abbiamo ancora da parlare un po’. Non ti preoccupare però che tra venti minuti al massimo sono a casa”.
Giorgione non poté fare a meno di pensare che la signora Adele sarà stata anche una santa donna, però era insistente e petulante. Se aveva un problema, rompeva. Finché
qualcuno non trovava la soluzione al suo posto e, difetto non da poco, era brutta come il peccato. Così Giorgione dentro di sé si giustificava per la solidarietà che sempre aveva mantenuto a Gino, una solidarietà che, da giovani, si era spinta fino al punto di tenergli di bordone, sebbene saltuariamente. Neanche Lina, con il suo contenuto disprezzo, lo aveva convinto a recedere da questo suo comportamento.
Gino era riuscito a confinare le lamentele di Adele e ora apostrofava così l’amico:
“ Stasera ci siamo fatti prendere dalle confidenze e intanto non abbiamo progredito di un passo verso il centro del problema. Bel cattolico il tuo Alberto! Invece che stare sul suo ci procura di questi enigmi. Perché, purtroppo, nel mondo occidentale l’aborto è proibito in tutti i paesi. Di transvolare nei paesi dell’est, proprio non se ne parla. Anche se in fondo quella Barbara, la psicologa che è diventata molto intima di Alberto, se non sbaglio è di origine slava. Che dico, è solo una fantasticheria da scartare! Bene o male che sia, è qui nel nostro paese che bisogna trovare la soluzione”.
Giorgione a queste parole di Gino aveva drizzato gli orecchi, e si sentiva quasi offeso dalle annotazioni su Alberto e dal fatto che l’amico ne sapesse più di lui sulla vita privata del nipote. Così lo aveva interrotto e gli stava dando sulla voce:
“ Che cosa hai da dire di Alberto, è un ragazzo diritto. Cattolico sì, e con questo? Io sono laico, lo sai e tuttavia sono sempre stato rigirato da cattolici, mi sono dovuto rassegnare. A cominciare dalla povera Lina, e anche Alberto… è di questo stampo. Per lui però la carità ha un significato vero e pieno che lo fa essere più umano e me lo rende caro. Lo libera dai pregiudizi e dagli eccessi del rigore. Piuttosto, dimmi un po’ di questa Barbara. Lasciando stare la nazionalità, che tipo è ?” “ "Intendi dire fisicamente? Nell’insieme è una bella donna, alta con un bel portamento. Di viso invece ha un profilo un po’camuso. Si salvano solo gli occhi grandi e ben tagliati di un celeste acceso color porcellana”.
“Eee… come tu fai a sapere che è così intima con Alberto !”
“ Non è di certo colpa mia, vanno abbracciati per le vie del paese e frequentano i ristoranti. Senti,ora, però si è fatto tardi. Bisogna che mi avvii a casa. Direi che per il momento è inutile fasciarsi la testa. Bisogna prima sincerarsi se davvero Marisa questo figlio non lo vuole. Hmm… certo, che Dio la protegga, se suo padre venisse a sapere la verità”.
Intanto Gino aveva spento le luci e aperto la porta della farmacia. Cosicché i due amici si ritrovavano a parlare, mentre Gino armeggiava con la serratura del cancelletto, sul selciato della pubblica via.
“Credo che sia proprio questo il problema…”
“C’era da immaginarselo. Comunque, anche nella malaugurata ipotesi che Marisa scelga di abortire, una soluzione la troveremo. Anzi una mezza idea l’ho già maturata. Te la ricordi la Sastri?”
“La Sastri? Ora avrà più di settant’anni”.
“Fai piano. Bada a non alzare la voce. Insomma, lo sai anche tu : è sempre stata a corto di quattrini. Era nel giro, ne sono sicuro”.
Giorgione non poté fare a meno di esprimere un moto di sorpresa, riuscendo a stento a trattenere la lingua e la curiosità su come l’amico avesse di queste informazioni.
“ E va bene, come tu lo sai, tu lo sai. Non mi sembra il caso di andare troppo per il sottile. In fondo la Sastri è stata ostetrica e non si può certo paragonarla a una mammana. Eventualmente speriamo che la sua conoscenza ci possa essere utile”.
I due amici si separarono per andare ciascuno alla propria dimora, ma, all’insaputa l’uno dell’altro, quella notte si addormentarono tardi e l’agitazione li accomunò nel sonno.
| inviato da chiaratosta il 20/12/2011 alle 6:48 | |
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3 settembre 2011
Per gli amici Anobiiani
La promessa di Thomas Sordillo
Da due ore buone sono qui nel mio “ buen retiro” l’ala della casa che mi è più cara e in cui sono solito ritirarmi per godermi un po’ di riposo e mettere un po’di distanza tra me e il mondo.
Come al solito ho fatto più delle due a pranzo. Il pasto è stato frugale. Si fa per dire: riso bollito con un mix texano di affettati, verdura e frutta a volontà. Anche frutta secca che, mi dicono, non sia il massimo per il mio problema alle coronarie.
A pranzo, in ogni caso, mi sono comportato bene. Stare più leggero non mi dispiace. E poiché all’età di settantadue anni sono ancora in sella, nel lavoro e nella vita, ho necessità di non appesantirmi per mantenermi lucido e attivo. Così, quando ho le gambe sotto la tavola, mi è facile seguire le prescrizioni mediche.
Qualche eccesso posso farlo a cena quando per non rimanere solo, raggiungo mia figlia e mio genero nella dependance in cui hanno stabilito la loro dimora. E, si sa, la compagnia è sempre cattiva consigliera.
Il problema vero però non è a tavola, è tra i pasti. Le ore sono lunghe, soprattutto se ti vedi costretto a rallentare i ritmi, a mollare una parte del lavoro per non affaticarti troppo.
Anche oggi non ho rinunciato al mio sorso di Bourbon. L’ho consumato davanti al camino, abbandonando la scrivania, come faccio sempre quando mi butto dietro alle spalle gli impegni e le beghe .
Allora solco il grande arco che divide in due questo mio studio; mi apparto nella seconda stanza, più bassa, separata dal resto da uno scalino.
Prima di sprofondare su questa vecchia poltrona di pelle consunta e bisunta, che affettuosamente ho ribattezzato “ Jolie”, mi accosto al grande camino e liscio il legno della cornice umido e nodoso. Una sensazione tattile che mi accompagna e mi acqueta.
Il Bourbon è un lusso di questi ultimi anni. Anch’io ho ceduto alla moda. A dire il vero anche la produzione locale di whiskey, qui nel Tennessee, non è per niente male. Noi stessi ne produciamo di buona qualità nella nostra tenuta.
Il Bourbon non è il solo problema, anche se a fine di giornata i bicchieri, spesso diventano tre, anche quattro. Poi ci sta il fumo.
Il mio amico Joe, medico e compagno d’infanzia, mi è stato molto vicino nove mesi fa quando ho avuto il primo attacco cardiaco, il primo problema serio di salute con il quale mi sono dovuto confrontare. Una vicinanza che si è prolungata e protesa forse anche più del necessario.
Abbiamo avuto molte conversazioni, intime come, oramai, non succedeva più da tanto tempo.
Di queste una, principalmente, mi è rimasta impressa. Forse perché entrambi siamo andati fuori del seminato. Poteva finire male: con musi lunghi e silenzi astiosi e invece no; è finita con una stretta di mano e tanti altri incontri.
Non ricordo più come abbiamo cominciato. Forse Joe era venuto per una visita e mi ha trovato più affaticato del solito.
Io che non lo aspettavo, anche quella volta ero di fronte al grande camino.
E sul piccolo tavolo di marmo stavano in bella vista le tracce dei miei stravizi quotidiani.: mozziconi di sigaro e, appunto, un bicchiere di Bourbon.
Joe lì per lì non ha detto nulla; a me che lo conosco da anni non è sfuggita la morsa del suo sorriso, lo sporgersi in avanti del mento che si è fatto più duro e più volitivo.
Ce ne siamo andati in camera mia e Joe mi ha fatto stendere sul letto. Un po’ per professione, un po’ per carattere, ha cominciato dalle cose che andavano bene, come la pressione, per esempio. Ma il suo sguardo non mi lasciava per niente tranquillo; era uno sguardo frontale e sfrontato.
E’ giunto quasi a fine visita, quando Joe ha rimesso lo stetoscopio nella valigetta. Lui se ne stava in piedi, con la testa appena reclinata e un broncio sul viso, tirato e quasi livido. Io stavo sul letto, disteso a gambe incrociate, quindi in posizione di svantaggio.
“ Lo sai che quasi mi fa male, Thomas, dirti che queste cose vanno bene quando tu …”.
Io non l’ho lasciato finire tanto avevo già capito dove andava a parare.
“ Eccoci all’acqua, ora ricominci con una delle tue ramanzine e con la litania delle tue raccomandazioni. Credi che non abbia visto come mi hai squadrato, giù nel mio studio? E già che ci siamo, vada pure che l’appuntamento anzi che con me lo prendi con Cristina, ma almeno abbi la buona creanza di farti annunciare”.
”Senti Thomas, non è questo il modo di affrontare il problema. Io in casa tua ho sempre avuto libero accesso. Sono il tuo medico e ci conosciamo da ragazzi. E non comincerò ora a chiedere il permesso. A quella servotta un po’ tonta, per giunta, che ti ha messo tra le palle tua figlia. Non l’ho fatto con tua moglie. Non crederai davvero che mi fermi Paulita!”.
“ E va bene poiché dobbiamo parlarne, parliamone fino in fondo”.
Intanto Joe non aveva certo bisogno di questo mio invito, si era già accomodato nella poltrona vicino al letto. Io, per conto mio, mi ero sollevato e avevo buttato giù le gambe, una ripiegata e l’altra che già toccava l’impiantito. Ora eravamo in posizione più paritaria, come piace a me .
“ Secondo te io non posso più lavorare, non posso più fumare, non posso più bere. Che ne dici del sesso?”.
“ Beh il sesso no, dipende da come lo fai, con chi lo fai. Come ci arrivi al sesso”.
La tua voce si era fatta più pacata, mi guardavi negli occhi. Uno sguardo indagatore e paziente. Forse presagivi ciò che stavo per dire.
“ Tu ne sai qualcosa di sesso, anche settant’anni, con quella scoppola di figliola che hai tolto dalla strada e che ti sei portato in casa, prima come sgualdrina e ora come moglie. Solo a guardarla ti mette in testa certe fantasie: scommetto che è una grande medicina”.
“ Thomas, ora stai superando il segno. Sai che ti dico, sei sempre il solito figlio di puttana quando ti senti in difetto attacchi. Sarà per quello che nessuno riesce starti vicino”.
“ Non fare troppo l’innocente, il tuo sguardo non era per niente innocente. Quel tuo “come ci arrivi al sesso”, forse per te è stato un modo diplomatico per affrontare l’argomento. Per me invece il sottinteso non poteva essere più chiaro. Ci ho sentito l’eco di tutte le chiacchiere del paese”.
“ Ah, è questo che ti dà noia. Quando un uomo è fortunato, come sei stato tu_ che sei padrone di mezza città _uno, non ha più pace. E’ sotto gli occhi di tutti. Le tue visite al bordello, sì, sono passate di bocca in bocca. Se proprio non vuoi farne a meno, almeno potresti andare più là, fuori del paese. Tu ed io abbiamo avuto una sorte amara: da giovani i bordelli li abbiamo sempre schivati, siamo diventati clienti affezionati più tardi, solo quando le nostre mogli ci hanno lasciato”.
Un’ombra ti è passata negli occhi e con voce velata hai aggiunto:
“ Per me è durata poco. Io mi sono subito affezionato a Manuela e me la sono portata a casa. Sarà stata anche una sgualdrina ma oggi è una buona moglie e anche se domani non dovesse esserlo più, per me non sarà una preoccupazione grave. Gli sarò sempre grato di questi anni leggeri e briosi”.
Tu, piuttosto, come te la cavi? Non ne abbiamo parlato mai. Del dopo Jennifer , intendo. “
Mi sono schiarito la voce, perché intanto dentro di me sentivo la piccineria del mio comportamento.
“ Sono quasi passati sei anni, lunghi come la fame. Per me non è stato come per te, io non mi sono più affezionato a nessun’altra”.
Ho abbassato lo sguardo e mi sono alzato con un fare di commiato .
“ Ecco vedi, forse sta lì il problema… Non è certo il caso di incominciare ora, a farsi confidenze sulla vita privata. Non ne abbiamo sentito la necessità da giovani e non è importante nemmeno ora. Checché tu ne dica e lo sai, non sono certo un guardone. Se di curiosità ne ho avute, le ho soddisfatte per conto mio. Sarà per quello che appena un anno dopo dalla morte di Kate già facevo coppia stabile con Manuela. Tu sei sempre stato più lento nelle dinamiche personali. Però devi pensarci è una cosa che può roderti dentro, soprattutto ora che ti trovi solo e sei invecchiato. E’una cosa seria Thomas, promettimi che ci penserai. “
Ti eri alzato anche tu dalla poltrona e stavi per guadagnare l’uscita. Ti ho fermato bloccandoti:
“ Joe mi dispiace per quello che ho detto. Lo sai a Manuela sono affezionato anch’io. E oggi la guardo con occhi diversi, non farti idee strane”.
“ Ti conosco troppo bene per dubitare. Sapessi, quanto me ne hanno dette giù in paese. E il fatto che ne abbiamo parlato insieme, apertamente tu ed io, in fondo non mi dispiace. Piuttosto pensa a te, pensa alla vita che vuoi fare. Promettimelo Thomas”.
“Ci penserò Joe, ci penserò.”
Da allora ci siamo visti molte altre volte e ci siamo accordati su una dichiarazione d’intenti che, tra lo scherzo e il faceto, abbiamo fermato su un foglio e sottoscritto entrambi.
Naturalmente non si parla di sesso, ma del mangiare, del bere e del fumare. Di quando e come svegliarsi, di quando andare a letto. Di quando concedersi una salutare camminata nella prateria e di quando evitarlo. Tu intanto ti eri informato e mi avevi concesso di non interrompere del tutto il mio rapporto con il fumo, purché passassi dalle sigarette ai sigari, preferibilmente toscani.
Sembra che inquinino meno l’aria dei nostri polmoni. Per quanto riguarda il Bourbon eri e sei irremovibile.
Da parte mia però l’impegno non è andato oltre un generico astensionismo circoscritto alle prime ore della mattina. E devo dire che in effetti, da allora, il primo bicchiere di Bourbon lo gusto solo nel primo pomeriggio. Non è molto, ma per ora va così.
Il nostro patto non è solo un foglio di carta. Su quel foglio e di mia volontà ho anche appuntato un mio cruccio al quale dovevo dedicarmi, con l’intento che anche tu condividi, di non lasciare tutto al caso e inframmettere troppo tempo.
E’ora di pensare al futuro, al futuro della mia famiglia. Continuare a guidare il Ranch Sordillo non è più cosa per me. Dovevo trovare un erede e, appunto, anche alla svelta. E l’ho trovato. In fondo non è stato così difficile. Mio figlio Mike mi ha reso facile la scelta. L’ho sempre saputo. Un uomo con le sue propensioni all’arte ed anche con le sue propensioni sessuali _oggi lo dico e lo accetto _ non può avere interesse per una vita agreste come la nostra. Non che gli manchi il carattere, è omosessuale ma ha una volontà ben forgiata. In fondo buon sangue non mente. Ma sarebbe sprecato. E poi oggi è già uomo di successo. E da uomo di successo ha sempre avuto molto più fiuto di me nel riconoscere il talento. E questo talento per nostra fortuna l’abbiamo in famiglia.
Così ’ siamo giunti anche a questo: è già ora di pensare al dopo Thomas. Lo dico con tranquillità, ora che mio genero mi ha detto di sì ed ha accettato la presidenza della nostra società. La sua nomina è stata ratificata questo giovedì dal consiglio di amministrazione. Io sono fuori da tutto se si eccettua un incarico consulenziale per la fondazione di beneficienza che stiamo creando, giù in paese, intitolata al mio vecchio ex socio che già se n’è andato all’altro mondo. Un modo come un altro per far credere che non lascio del tutto e non provocare eccessivi allarmi nel mercato azionario e sulla stampa.
Nessuno sa meglio di me che è il momento di dire addio alla vita attiva, insomma di fare un passo indietro. Me lo chiede mia figlia che è all’ultimo mese di gravidanza e mi vuole nonno premuroso, quasi che io possa colmare il vuoto di sua madre. Me lo chiede mio genero: anche se non lo dà a vedere scalpita di apportare le sue modifiche alla vita della società. Lo posso capire in fondo ha aspettato fino a quarant’anni .
Mi occuperò di cavalli e continuerò ad amare la mia prateria. Sorveglierò soprattutto la nostra attività vinicola e la produzione di whiskey. Secondo me il nostro oro sta lì. Ma niente più questioni finanziarie, intrecci di alleanze, ricerche di fondi e di finanziamenti. Non più investimenti spericolati che ti dànno le vertigini.
Si chiude una porta; potrebbe aprirsi un portone.
L’ho capito quando l’ho rivista qualche mese fa allo spaccio giù in paese. I capelli raccolti in una crocchia, con qualche filo bianco. A parte questo Evelina non è cambiata molto. Ha ancora quel suo sorriso un po’ slargato, come se fosse sempre in attesa di chissà quale privilegio dalla vita, un sorriso che se si vuole è difettoso, ma che su di me ha sempre avuto il suo fascino. Forse perché anticipa l’incanto dei suoi occhi, grandi e tersi come i nostri laghi di montagna.
Era accompagnata da una bimba di colore che avrà avuto sette o otto anni. Quando ci siamo rivisti, erano vent’anni e più che non ci vedevamo. Avevo sentito dire che la figlia si era fatta medico e, appunto, aveva sposato un collega di colore.
Tra noi non è caduto l’imbarazzo, anzi. E non c’è niente da dire, se non, che mi ha fatto immensamente piacere. Evelina mi ha dato del lei, come ci davamo un tempo e come ancora si conviene, qui nel sud, nei rapporti tra boss e sottoposti.
A parte questo mi ha dato la mano come si fa con un confidente, senza abbassare lo sguardo. Con una dolcezza anche e con un’attenzione che più non ricevevo da qualche tempo.
Ci siamo scambiati poche battute, un po’ banali. Poi è tornata la bimba che Evelina aveva spedito a cercare non so più quale detersivo per la lavatrice. Mi sono reso conto che il tempo era scaduto.
Ho fatto finta di allontanarmi, ma l’ho seguita senza farmi accorgere, mentre si recava alla cassa.
La bimba a voce alta le ha chiesto di me.
“ E’ un amico, un amico di nonna”.
“ Quanto importante, nonna”, ha aggiunto la bimba.
“ Sono importanti per te i tuoi amici? Ecco…, così”.
Il rapporto con Evelina è sempre stato speciale, lei non era solo la mia segretaria era una consigliera di cui mi fidavo e a cui mi affidavo. I primi tempi senza di lei sono stati davvero duri. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Più di una volta ho avuto la tentazione di tradire mia moglie. Anche con Evelina, ma in parte con lei è stato diverso. La cosa si trascinava da un bel po’ di tempo e lo sapevamo entrambi. Il rapporto con mia moglie era logoro. Qualche volta ne parlavo con Evelina, probabilmente, anche, le lanciavo dei messaggi. Lei non lasciava trapelare niente della sua vita privata. In paese si vociferava però che il suo rapporto con il marito fosse solo un fatto di facciata.
Saranno state queste chiacchiere e credo anche la tempesta ormonale: un uomo a cinquant’anni è nel pieno della sua vita sessuale. E lei mi girava sempre d’intorno. Con una scusa o l’altra finivamo per fare le ore piccole in ufficio. Forse all’inizio non c’era malizia, ma solo all’inizio. A un certo punto fui certo del fatto mio, anche lei stava cedendo. E fu quello che mi convinse ad andare oltre. Così una sera telefonai a Jennifer che non mi aspettasse per la cena e detti a Evelina un compito che la impegnasse per un bel po’ di tempo; poi feci finta di ricevere una telefonata che abbreviava la scadenza e rendesse quell’attività indispensabile e urgente. Restammo soli in ufficio. Mi misi seduto accanto a lei e finsi di leggere il documento, per aiutarla nel lavoro. Eravamo vicini, troppo vicini. Ci sfioravamo con i corpi e con gli sguardi. Il respiro mi si era accelerato nel petto e l’erezione era seguita, attesa, e forse anche voluta. Anche Evelina era distratta. Il documento le sfuggì dalle mani. Lei si chinò a raccoglierlo ed io dietro di lei. Così le nostre bocche si trovarono a pochi centimetri l’uno dall’altra. E il mio petto sfiorava il suo seno turgido, fino a intuire l’erezione dei suoi capezzoli. Evelina cercò di ricomporsi, di darsi un contegno, evitando il mio sguardo. Per me, però era troppo tardi. La attirai e la baciai. Lei all’inizio non si rifiutò, poi, però si alzò e disse poche parole. Chiare ma contratte. Qualcosa come: “Questo non è possibile, proprio no”.
Il peggio però doveva ancora avvenire. Io invece che farmene una ragione e aspettare, come sarebbe stato saggio, nei giorni a venire la misi sotto torchio. E cominciai a comportarmi come un vero boss, pretenzioso e fetente.sconfessandola nella professione, di fronte agli altri. Un cambiamento brusco che lasciò tutti i collaboratori di stucco. Lei capì e non se ne fece un grande cruccio. Non diede mai però modo ad alcuno di capire come fosse andata. Intanto passarono tre mesi e a me stava sbollendo. A lei invece evidentemente no. Fu così che una mattina non la trovai in ufficio. Al suo posto, a sostituirla, aveva lasciato una collega più anziana. Cercai di capire se era successo qualcosa, ma quella non si sbottonò. Si limitò ad assicurarmi che Evelina mi avrebbe telefonato nella giornata e così fu. Dovetti aspettare fino a mezzogiorno; quell’attesa mi fece riflettere. Dopo un’ora e più senza sue notizie, mi presi una pausa dal lavoro e scesi giù per strada. Sarà stato un caso, ma andai a finire in chiesa, in una chiesa cattolica. Una delle poche presenti nel vicinato.
Quando risalii le scale d’ufficio, ero dunque di animo più acconcio e speravo di poterle dare una spiegazione. Quando finalmente ci sentimmo per telefono, la sua voce era sostenuta e distante. Mi annunciava che aveva avuto un colloquio di lavoro con una casa editrice, in un paese che stava a mezza strada fra il nostro ufficio e la sua abitazione. E che avrebbe preso servizio da loro la settimana successiva. Cercai di strapparle un appuntamento, questa volta di lavoro. Nella speranza di salvare il salvabile. La sua mancanza era una vera falla anche per l’organizzazione del lavoro.
Evelina fu irremovibile. Io tentai, forse maldestramente, di farle le mie scuse. Per telefono era maledettamente difficile e lei non mi lasciò spazio. Allegò in maniera formale che quel posto era più giusto per lei, più vicino alla sua famiglia. E mi fece intendere che questa era l’unica cosa che contava.
Le feci preparare la liquidazione e la accompagnai con un mio biglietto, gentile. Con una dichiarazione, sincera, che se avesse avuto necessità, o si fosse pentita, in tutti i momenti per lei ci sarebbe stata la mia disponibilità a tornare a parlarne.
Mai più ne parlammo e mai più ci vedemmo.
Oggi, dopo averla rivista, mi domando perché mai, perché non ho tentato di ravvicinarla.
La mia unione non era più felice da qualche tempo. Dopo quell’episodio tornai a casa da Jennifer, intenzionato a non combinare altri guai, come una pecorella smarrita che torna all’ovile. I ragazzi allora erano ancora adolescenti. Fu un sacrificio necessario.
Jennifer ed io non fummo più felici insieme, soprattutto nell’intimità. Di crisi però non ne parlammo mai ufficialmente. In qualche modo salvammo le apparenze. La nostra era una coppia invidiata gli occhi degli altri. Soprattutto eravamo forti in società, e da questo punto di vista la vita di Jennifer era impeccabile e non potevo davvero rimproverarle niente.
Io mi buttai nel lavoro, fu come un anestetico. Erano tempi duri qui nel Tennessee e in tutta la nazione. Eravamo appena usciti dalla depressione e dagli anni lugubri della guerra. Per chi aveva capitali e si sapeva industriare, con un po’ di spericolatezza, contando sulla fortuna, vi erano buoni, ampi margini di guadagno Fu allora che il mio impero economico si solidificò. E questo successo mi annebbiava la mente. Mi sentivo autorizzato a trascurare Jennifer da tutti i punti di vista. Gli ultimi anni del nostro rapporto furono molto, molto freddi. Anche come padre ero un padre distratto. Solo quando Jennifer si ammalò, si ammalò gravemente, tornai a misurarmi con la mia vita privata. Ed era tardi, troppo tardi.
Non seppi fare tesoro di questa lezione di vita e anche dopo la morte di Jennifer non tentai mai di incontrare Evelina. Sapevo che era, da qualche tempo, vedova e sola. In fondo sei anni, in una vita sono importanti e ci può essere un solo motivo vero che mi ha autorizzato a sprecarli così. Un malinteso senso di orgoglio maschile.
Oggi mi sento pronto a metterlo da parte. Tutto questo fa parte del passato.
E’ stata una bella fortuna incontrare Evelina dopo tanti anni. Diciamo che la vita mi offre una seconda occasione e che non ho certo voglia di farmela scappare.
L’altro ieri ho preso la penna in mano e le ho scritto, quasi di getto.
Uno scritto asciutto e diretto:
“Cara Evelina,
per me è giunto il momento di ritirarmi a vita privata: mia figlia Cristina è al nono mese di gravidanza e mi vede bene accanto a lei a fare il nonno.
Il che significa che ho dovuto cercare un erede per la mia azienda. La nomina di mio genero a Presidente della “Sordillo &Co” è stata ratificata dal consiglio di amministrazione questo giovedì. L’avrai letto sulla stampa: un trafiletto un po’ piatto che mi ha preparato la mia segretaria di oggi.
Questo significa anche che dovrò assettarmi per un tipo di vita più modesta e meno incalzante. Come sai, ho sprecato una vita a costruire questo impero economico, una fortuna per me per i miei figli; deporre lo scettro mi consentirà di avere più tempo per me stesso.
Sì, ho pensato molto a me stesso e a quello che ci ha diviso in questi venti anni.
I nostri capelli si sono incanutiti. Io sono sempre testardo ma oggi non ho più nulla da dimostrare agli altri. Mi piaccio per quello che sono e voglio starmene comodo nei miei panni. Panni meno altezzosi e più agiati. Ecco, vedi, anche per lettera sono passato al tu.
Non mi rimprovero nulla riguardo a noi, se non il silenzio assurdo di tutti questi anni.
Appena sarà passata l’estate, qui al Ranch, organizzeremo una festa d’addio. Il mio addio al Ranch Sordillo. Non posso certo affidarmi a Paulina per questo. E’ una donna affezionata, ma come dice il mio amico Joe, anche un po’ tonta. A proposito, Joe ti saluta e ti recapiterà questa lettera. Credo che abbia qualche paziente cui fare visita, là dalle tue parti.
Così, se vorrai essere accanto a me per questa festa, torneremo a lavorare insieme e saremo la più bella coppia del Ranch Sordillo. Se lo saremo senza sotterfugi e sotto gli occhi di tutti per me, sarà una grande gioia e, credo, anche per te.
Ti telefonerò domani per parlane a voce.
Thomas. “
Quando ho telefonato Evelina era fuori di casa. Ha risposto la figlia Therèse ed io non ho trovato di meglio da dirle se non che avrei aspettato sua madre qui al Ranch, oggi, nel primo pomeriggio. Così non so ancora se Evelina ha accettato o meno. Certo non sarà questo l’unico tentativo da parte mia. So che dovrò sobbarcarmi una corte lunga e un po’ preziosa. Il gioco delle parti va ancora così, tra noi, qui nel Sud. Soprattutto per le coppie in età avanzata gli anni sessanta non hanno fatto poi questa gran differenza. E, a pensarci bene, ho tutto il tempo che mi occorre.
Paulina è già venuta con l’anticipo di sempre, a chiedermi, per il tè delle cinque. Le ho imposto di non prepararlo e le ho chiesto di rassettare con particolare cura la cucina. Ché stasera, forse, le avrei presentato Evelina. L’ho vista trasalire con quel suo sguardo un po’ ebete quando ha qualche domanda da fare e che non sa formulare. Mi sono spazientito e l’ho licenziata in modo brusco.
Ecco ora sento i suoi passi strascicati di là dalla porta. Forse mi porta notizie. Notizie di Evelina.
| inviato da chiaratosta il 3/9/2011 alle 7:46 | |
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6 marzo 2011
Il gelo nel sangue
“ Lina, questo non me lo puoi chiedere! Ti pare che abbiamo fatto poco per questo nipote? Lo abbiamo allevato dall’età di diciassette anni e tenuto in casa con noi come un figlio. Ne abbiamo curata l’istruzione. Io l’ho seguito e accompagnato nello studio e nello sviluppo professionale. Ha sempre avuto me dietro le spalle, che ti credi! Lui è stato professionale e onesto, diritto come un fuso. Anche troppo. Io dal canto mio, però, gli ho sempre spianato la strada. In me non ha mai trovato un competitor interno, semmai un mentore. E se avesse dato retta ai miei consigli, la sua posizione in clinica oggi sarebbe più che consolidata. La settimana prossima nella seduta del Cda voterò per Guido Majoni. Majoni ha già dodici voti su diciotto E io non ho alcuna intenzione di passare questi ultimi anni in cagnesco con lui, guardandomi le spalle. Alberto deve rassegnarsi. Nella vita ciascuno ha in mano le proprie carte e quelle deve giocare.”
“ Sì, ma chi è più professionale tra Majoni e Alberto? E’ questo il punto. E’ per questo che Alberto non si convince.”
“Eh, ma le cose non si possono mica mettere su questo piano. Il suo punto di vista è miope. Alberto non sa guardare al di là del proprio naso. E poi non ti credere che tra lui e il Majoni ci sia tutta questa distanza. Majoni gli è più di spalla tonda. Viene da una famiglia potente e ha sempre goduto di una posizione di privilegio a causa della fondazione e del lascito che la Famiglia Majoni ha fatto all’Ospedale. Non è un pratico, questo è vero, se può la sala parto la scansa. Comunque, sarà stata fortuna, ha avuto successo con le clienti che ha seguito personalmente. E questi successi li ha coltivati e li ha saputi amministrare. Il Majoni è apprezzato in ambito accademico. Oggi non è sufficiente fare bene il nostro mestiere. Bisogna anche farlo sapere e negli ambienti giusti. E il Majoni in quegli ambienti ci sguazza. E se tu lo vuoi sapere, trova anche il modo di aggiornarsi professionalmente. E per le novità, quelle vere, ha un grande fiuto. Le importa e le sperimenta in clinica. Credimi, non è da tutti.”
“Sì ma queste cose, ora, bisogna fargliele capire ad Alberto.”
“ Io ci ho provato a farglielo capire, ma non c’è peggiore sordo di chi non vuole intendere. E poi non è mica detta l’ultima parola. In fondo tra Alberto e il Majoni ci sono quasi dieci anni di differenza. E le ambizioni di Majoni non si fermano qui. Se Alberto ci sa fare, il Majoni il posto glielo tiene in caldo. E poi Alberto non può continuare a pensare solo alla vita professionale. Alberto ha bisogno di una donna accanto, di una donna vera. E non di una puttanella che un giorno fa gli occhi dolci a lui e un giorno li fa al Majoni.”
“ Ora te, tu vai a rivangare quella storia! Sono passati già quasi tre anni e Alberto a quella non ci pensa più. ”
“ Che non ci pensi più io me lo auguro. Però intanto Alberto, qui da noi, di donne non ne ha portate più una. E la rivalità professionale tra lui e Guido Majoni è andata peggiorando dopo quella storia. Intendiamoci : è stata una storia di poco conto e Alberto, se voleva, poteva passarci sopra benissimo. La cosa migliore era metterci un chiodo, alla svelta e piantato bene.”
Così dicendo Zio Giorgione finì di trangugiare il caffè che Lina gli aveva preparato, caldo e aromatico.
“ Questa miscela è proprio quella giusta” disse rivolgendosi a Lina. Poi si concesse una pausa e lasciò che il suo sguardo si posasse sui suoi lineamenti. La trovava sempre bella, ingentilita quasi, nella sua maturità. E scoprì di avere voglia di una passeggiata con lei per le vie del paese. Voleva che si godessero insieme quella serata prematuramente estiva, come tante altre volte avevano fatto. E funzionava, specialmente per scacciare i pensieri, abbracciati l’uno all’altro e impegnati solo a stropicciare il selciato, con il naso rivolto all’insù a rimirar le stelle. E così si era avvicinato a lei e con fare non curante la stava aiutando ad asciugare i piatti per poi rimetterli nella vetrina. Lina tuttavia non ne volle sapere, quella sera, di uscire con lui. Giorgione s’immusonì e un po’ sentì montare dentro di sé quasi una specie di gelosia.
“ Non lo vorrai mica aspettare. A cena non si è fatto trovare. In fondo non siamo mica i suoi angeli custodi. Delle volte mi domando se nelle sue vene scorre il mio di sangue, oppure il tuo.”
“ Lo sai che quando ti comporti così sei proprio buffo. Voi uomini siete tutti dei bambini. Volete sempre stare al centro dell’attenzione.”
Fosse come fosse, Giorgione quella sera uscì da solo e se ne andò a trovare Gino che era di turno alla farmacia comunale. Era la vigilia di sabato e quel week end in casa Bassi passò senza altri scossoni.
La discussione col nipote Alberto fu rimandata però solo di qualche giorno. La votazione nel Cda si svolse il martedì successivo secondo copione. Alberto non pose tempo in mezzo e una settimana dopo fece recapitare e senza alcun preavviso sulla scrivania dello zio che svolgeva anche i compiti di direttore amministrativo le proprie dimissioni dalla clinica.
Giorgione lo fece chiamare e lo ricevete formalmente nella propria stanza. In verità il colloquio tra loro si svolse con poche battute:
“ Che ti credi di avere fatto con queste dimissioni? Un capolavoro! Spero che tu ci abbia riflettuto perché io per te ora non posso fare più niente. Che tu ci creda o no io mi sono comportato secondo coscienza . E se tu avessi dato tempo al tempo, tutto non sarebbe stato pregiudicato.”
La risposta di Alberto fu gelida e, nella sua compostezza, non lasciò spazio a nessun ripensamento, benché tardivo:
“ Tu non hai niente da rimproverarti e hai fatto bene a comportati come ti sei comportato. Io d’altronde di pazienza non ne ho più. E’ già del tempo che le regole qui in clinica mi vanno strette. Così quest’abbandono l’ho pianificato. E finalmente avrò un mio ambulatorio”.
“ Già, è un po’ di tempo che sogni la libera professione. Che ti devo dire? Da parte mia ti faccio i migliori auguri. Speriamo che tu ti sappia guadagnare per lo meno l’acqua da bere. E siccome la prima cosa che ci vuole per affrontare la libera professione è una buona base di agiatezza economica, sappi che io ho già disposto con un giro fondi sul tuo conto corrente. E non ci sono ma. Sono soldi tuoi. Lina ed io li abbiamo solo amministrati per te in questi anni”.
Alberto ebbe l’avvedutezza di non ribattere aggiungendo l’onta di un rifiuto a un comportamento che già si qualificava sbrigativo per non dire villano. E poi indubbiamente quei soldi gli facevano comodo. Ma il rapporto tra zio e nipote mutò connotati. E non fu mai più lo stesso. Così Alberto e Giorgione cominciarono a non parlarsi più. In particolare Gorgione ci andò giù duro anche con Lina che aveva cercato di interporsi e far da paciere. Fu allora che Alberto decise di trasferirsi definitivamente nella vecchia casa colonica che per il passato utilizzava, di quando in quando, al solo scopo di godere un maggiore agio per i propri convegni amorosi e lì realizzò anche il proprio ambulatorio. Lina però non si arrese mai a questa loro separazione. Con una scusa o con un’altra aveva continuato a fargli visita tutte le settimane. Per giunta, durante quelle visite, trovava sempre il modo di rendersi utile, di sistemargli la biancheria nei cassetti, di dare un tocco di femminilità alle stanze del piano terreno dove avevano accesso anche i clienti. Per le feste poi mai aveva mancato di recarsi a trovarlo e di trattenersi con lui più a lungo del dovuto. E la vigilia di Natale, Alberto aveva finito per trovare sempre due pacchetti abbandonati con noncuranza nella stanza a basso sulla cornice del camino: entrambi confezionati con una bella carta oro lucente, uno solo accompagnato dal biglietto di auguri di Zia Lina.
Le occasioni di vedersi in pubblico tutti e tre insieme si erano molto diradate. Alberto si rifiutava di fare vita di società. Era entrato nel giro di alcuni colleghi più giovani che aveva ospitato presso l’ambulatorio e in loro compagnia si sentiva come in un bozzolo e a proprio agio. Alberto e gli zii s’incontravano raramente anche alle funzioni religiose. Un po’ perché Giorgione frequentava le Chiese e i preti con riluttanza e solo per le feste comandate. Un po’ perché Alberto preferiva prendere Messa il sabato sera ed evitare la funzione domenicale prima di pranzo che invece, si sa, nei paesi è particolarmente affollata e frequentata dalla gente dabbene e dai notabili. Fortuna aveva voluto che s’incontrassero, un’ultima volta, tutti e tre insieme, per la funzione religiosa nel giorno della domenica delle Palme. Lina, continuava a sperarci e si avvide subito della venuta di Alberto. Così, abbandonata la panca nelle prime file della Chiesa, gli si accostò e prese la sua bella funzione tutta in piedi, in modo da ricevere la benedizione impartita dal parroco unita a lui anche nello spirito. All’uscita dalla Chiesa Zio Giorgione li aspettava, in angolo sulla scalinata. E, a dire il vero, tra i due uomini fu Giorgione il meno impacciato. Si levò il cappello e strinse la mano ad Alberto, guardandolo negli occhi senza fierezza. Poi trovò il modo di spostare la conversazione sulla vettura che era riuscita ad acquistare di seconda mano e che Alberto ancora non aveva visto. Così, i due si scambiarono qualche battuta e Alberto provò perfino a mettere in moto l’auto. Tuttavia, quando Giorgione gli propose di accompagnarlo a casa, Alberto si ritrasse e preferì inventarsi la scusa che una buona passeggiata lo manteneva in allenamento.
********
Quella sera Alberto si era coricato tardi e aveva preso sonno solo qualche ora dopo quando la luce fioca del mattino stava per sorprenderlo e quasi albeggiava. Il suo riposo era stato agitato; si era rigirato spesso nel letto e aveva continuato a tirare la coltre della pesante coperta di lana fino a rialzarne i margini al limitare della bocca. Il suo respiro si era fatto più greve e andava a infrangersi, come onda, tra le pieghe ruvide del lenzuolo. Per un po’ aveva funzionato; gli sembrava di potere padroneggiare il gelo, quel gelo che oramai si era abituato a scorrere come alimento non gradito nelle sue vene, per poi risalire al muscolo cardiaco e infine espandersi e rifluire, mescolandosi a stento al lento pulsare del suo sangue. In seguito, coricato in posizione fetale, con gli arti inferiori retratti così da evitare il bordo del letto, anche la stanchezza, pesante come un manto, lo aveva raggiunto e vinto.
Ora non capiva più se stava sognando: sentiva delle voci concitate, gli sembrava che qualcuno bussasse alla porta dell’ambulatorio. Forse un’anta della porta a vetri si era scostata e ora, sotto lo stipite, anche il vetro tremava. Alberto si maledisse per la sua incuria, sapeva di doverla riparare, ma rimandava di giorno in giorno la telefonata al falegname. Sì, ora percepiva nettamente il battere della pioggia incessante sulla tegola del tetto e ancora quelle voci che si alzavano di tono. Doveva essere tutto tremendamente reale. Ormai era sicuro, lo stavano chiamando. Eppure non si sbagliava, era sabato ed era il 31 dicembre. Quel giorno il suo ambulatorio non era aperto. Avrebbe respinto quegli importuni in ogni caso. Anche lui meritava un po’di riposo. Anche se quella sera non aveva impegni e forse non avrebbe fatto tardi. Era deciso a rimanere a dormire indisturbato nel suo letto ancora per alcune ore. Si stirò di malincuore, accese la luce sul comodino e dette un’occhiata svogliata alla sveglia. Non erano ancora le nove e lui non poteva avere dormito più di tre ore.
Scostò le coperte, in malo modo, si ravviò i capelli gettando uno sguardo furtivo alla specchiera del comò e finalmente si decise ad alzare la voce e a dare un cenno della sua presenza.
Quello che vide appena aperta la finestra della camera, non gli piacque per niente.
Il cielo, solcato da lampi, era scuro e pesante, lo sguardo faceva fatica a perdersi sui dolci pendii delle colline. Era come se l’orizzonte si fosse improvvisamente raggrinzito e si rifiutasse di offrirgli una facile via di scampo.
Alberto sentì come un presentimento e prima di aprire bocca concesse alla sua mente di adagiarsi nella riflessione. I suoi occhi toccarono terra che già si stavano abituando a quella visione diversa. Il dolce miraggio del riposo che aveva premeditato per quel giorno di sabato si stava spegnendo a poco a poco. Alberto si sentiva lucido e ciò nonostante stentava a credere ai suoi occhi. Il quadro che gli si presentava davanti era a dire il vero poco veritiero. Non erano forse Gosto e sua moglie Bettina a cavalcare di prima mattina il sidecar padronale? Perché dovevano recarsi da lui proprio quella mattina? Certo non per esigenze loro. D’altronde in quegli ultimi due anni mai avevano varcato la porta dell’ambulatorio. Fosse solo per accompagnare qualcuno del vicinato. Era chiaro che l’ostracismo di cui Alberto godeva in casa Majoni aveva toccato anche l’animo della servitù che, volente o nolente, aveva dovuto piegarsi alla forza degli eventi.
E poi, strano a dirsi, li aveva seguiti, a breve distanza, anche il loro figlio giovinetto che ora li aveva raggiunti, e stava appollaiato in bilico sulla bici, ancora troppo alta per la sua statura di adolescente.
Tre persone si scomodavano, di prima mattina, per raggiungerlo alla sua abitazione. E quel che era peggio se ne stavamo zitti, increduli loro stessi, come se qualcosa li trattenesse da questa loro azione.
Fu Bettina a rompere per prima il silenzio con una voce querula Le frasi che pronunciò, tuttavia, non erano per nulla sconnesse. E, anche se ravvolte con un leggero senso d’imbarazzo, filavano dritte allo scopo.
La moglie del Professor Majoni aveva le doglie, in anticipo di quasi un mese sulle previsioni. Il Professore non era in casa e sarebbe tornato solo il primo dell’anno. Si erano recati da Giorgione il ginecologo che aveva in cura la padrona e lo avevano trovato ubriaco, come succedeva sempre più spesso, in quegli ultimi tempi. Era stato lui a implorare che non si recassero all’ambulatorio di Greve. D’altronde la distanza, più di venti chilometri, era davvero tanta. Così non restava che il Dottor Alberto, nei paraggi, cui rivolgersi per far partorire la signora. Ed ecco, ora erano lì. Suo figlio Giannino li aveva seguiti con la bicicletta e se il Dottor Alberto avesse acconsentito, sarebbe tornato indietro a dare la buona novella e a disporre per i primi preparativi.
Alberto non disse ancora di sì, rispose solo seccamente: “ Attendete un attimo che scendo”.
Aprì la porta sprangata che dava nell’ampia cucina al piano terreno e mentre Gosto e Bettina si accomodavano a entrare, ordinò anche a Giannino di venire a ripararsi all’interno.
Poi, senza dire una parola, varcò l’arco che divideva la cucina dai locali dell’ambulatorio e richiuse la porta a vetri dietro si sé.
Aveva la necessità di sentire la voce di Zio Giorgione; voleva sentirlo dalla sua stessa voce, sincerarsi che lo zio raccomandasse proprio a lui la moglie di Guido Majoni.
Quanti anni erano passati che non si sentivano più, certamente più di due. Alberto era in piedi con la cornetta del telefono attaccato al lobo degli orecchi, la sua schiena era arcuata in maniera innaturale. Gli sembrava di sentire l’echeggiare dello squillo del telefono in quella grande casa buia e silenziosa. Gli squilli si succedevano senza interruzioni, lo stava assalendo il timore che suo zio non avrebbe risposto, non gli avrebbe concesso il conforto di qualche frase, sebbene solo professionale. Sapeva di non meritarsi molto di più. Non si era fatto vivo neanche sette mesi prima al funerale di Zia Lina. Qualche visita al camposanto però Alberto l’aveva fatta: il lunedì sera quando era più libero e, trattandosi di giornata feriale, non rischiava di fare troppi incontri. E in cuor suo ora sperava che qualcuno, magari il guardiano, oppure il padre che officiava nella cappella, avesse trovato il modo di riferirlo a Zio Giorgione.
Alberto stava per riattaccare la cornetta, quando una voce familiare lo sorprese di là dalla linea. Sì, ora ricordava. Era la donna di servizio che lo aveva riconosciuto e continuava ad apostrofarlo con quell’epiteto “signorino” che già gli riusciva insopportabile ai tempi dei tempi e ora appariva anacronistico e stridente, giacché Alberto non alloggiava più con gli zii e non manteneva con loro, almeno ufficialmente, alcun rapporto.
Suo Zio Giorgione ci mise un bel po’ ad arrivare alla cornetta. In ogni caso e fortunatamente fu lui a parlare e senza mettere convenevoli in mezzo. Parlò con una sicumera che un po’ contraddiceva la diceria della sua ubriacatura. Ad Alberto non dispiacque: ricevette le notizie di cui aveva bisogno sulla gestante e sul parto che si presentava prematuro. A parte questa la circostanza, Zio Giorgione era fiducioso. Per la Majoni si trattava del terzo parto. Era una donna in buona salute e con una forte tempra caratteriale. Di quelle che non si disanimano facilmente.
Giorgione, fu, tutto sommato, loquace. Trovò anche il modo di fare qualche battuta su Guido Majoni e consorte e terminò con un viatico:
“T’hai avuto fortuna, vai. Guido Majoni se n’è andato a trovare la madre in quel di Bologna; sembra che ci vada sempre più spesso e qualcuno, in paese, vocifera già che non vada a trovare solo la madre. Comunque, sempre che riescano ad avvisarlo, è probabile che non sia di ritorno prima di sera. Per quell’ora sarà tutto già a posto e belle che sistemato. L’unica cosa, mi raccomando, non ti fare condizionare da quella pia donna. Tu lo sai, l’è tutta rigirata tra i preti e le preghiere. Ma se le cose si dovessero complicare, non ti turbare; la mano l’hai sempre avuta ferma e il coraggio non ti manca. Meglio un’anestesia e qualche punto, piuttosto che correre rischi inutili. Una donna l’è mamma, anche se non soffre troppo a partorire ‘sti figli.”
Era evidente che Giorgione dava per scontato l’assenso di Alberto a sostituirlo al capezzale della signora Majoni. E Alberto fu come imbambolato da quella voce il cui candore non tradiva emozioni, solo gli comunicava un senso avvolgente di remissione e di fiducia.
Alberto abbassò la cornetta senza avere fatto alcun cenno a Giorgione su come si erano lasciati in quegli anni, su quello che avevano passato. Una cosa comunque era certa, non si era rifiutato. Toccava a lui occuparsi di quel parto. Giorgione lo avrebbe raggiunto nel pomeriggio, appena fosse stato in grado.
Quando tornò nella cucina Alberto cominciò a sentirsi meno sicuro del fatto suo.
Ma non poteva certo far trapelare questo suo stato d’animo. Ora doveva mantenersi lucido e dare le prime disposizioni. E così fu. Interrogò brevemente Bettina su come si fossero organizzati nella vecchia casa padronale e fu soddisfatto di sapere che quasi tutto era stato allestito con previsione e con cura: le bende, gli asciugamani, i catini e i secchi, gli arnesi medici già spiegati sul grande tavolo quadrato nella stanza che fungeva da anticamera e che attendevano solo di essere sterilizzati. La scorta del carbone di ottima qualità per assicurare che il fuoco non si spegnesse nel camino. E poi i guanciali procurati in gran misura, già poggiati nel letto a sostenere le reni della donna.
Tutto era predisposto in attesa della sua venuta. Alberto si rivolse a Giannino e insieme con lui si recò nello scantinato, dove teneva le scorte dei farmaci. E la borsa da viaggio che riempì con una dose in più di etere e di sali.
Poi pregò Gosto di prelevare la sua moto dalla rimessa e di lasciare disponibile il sidecar per lui medesimo e per Bettina.
Prima di lasciare la casa volle fare una doccia ben calda e impose lo stesso rituale anche a Bettina. Era molto tempo che non vedeva più Rita Majoni, ma si aspettava di trovarla ancora florida, nonostante l’età avanzata. Se fosse stata ancora pesante come se la ricordava, le sue braccia non sarebbero state sufficienti e aveva bisogno di Bettina in buona forma per farle da levatrice.
I pensieri che lo colsero sotto la doccia non furono dei più rincuoranti. Si domandava perché aveva accettato. Il giuramento di Ippocrate: era questa l’essenza della sua arte? Possibile che a quarant’anni suonati sentisse ancora il richiamo di questo vincolo morale? E questo vincolo morale sarebbe stato sufficiente a colmare il dissidio e la rivalità che aveva scavato un abisso tra lui e Guido Majoni? Chi lo assicurava che non avrebbe prevalso il desiderio di vendetta? Il caso e forse non solo quello gli poneva davanti ora questo dilemma. Toccava a lui rendere al suo peggior nemico questo grande servigio: addirittura assicurargli un erede. Probabilmente quell’erede maschio che i Majoni a lungo avevano cercato. Un erede che forse avrebbe allietato la loro vita coniugale dopo che le due figlie femmine si avviavano all’età adulta e già contavano molti pretendenti attratti, soprattutto, dalle loro pingui doti.
E se Rita Majoni avesse avuto necessità di un intervento, chi lo assicurava che la sua mano sarebbe sta sicura e lesta come per qualsiasi altro paziente. Naturalmente nessuno, ma oramai il dado era tratto. E Alberto tutto avrebbe potuto fare, fuorché rifiutarsi.
Ma non nera solo questo che gli rodeva dentro. Alberto, soprattutto, si domandava il perché; com’era successo che quella rivalità professionale avesse potuto allargare le sue spirali, come una piovra, fino a diventare imperante, quasi immanente nella sua vita privata, condizionandolo profondamente nell’intimità.
Non era forse dovuto a questo dissidio il suo brusco allontanarsi da Zio Giorgine e da Zia Lina. Quell’assurdo silenzio che era calato tra loro in quegli ultimi tre anni. Da quando anche Zio Giorgione aveva votato per Guido Majoni alla guida del reparto ostetrico nella clinica ospedaliera; un voto ufficializzato nel Consiglio di Amministrazione e che si era rilevato decisivo per il futuro suo oltre che per quello di Guido.
Se tutto questo non fosse successo, Alberto avrebbe potuto continuare nella sua brillante carriera ospedaliera, anziché rassegnarsi, come aveva fatto e condurre la vita modesta e certamente poco sfidante nel suo ambulatorio di provincia. E Alberto sapeva che qualcosa si era spezzato in lui a causa di quell’insuccesso. Certamente era ancora un professionista stimato e, in paese, si vociferava, soprattutto di quelle visite gratuite che egli continuava a dispensare nelle giornate di martedì. Alberto si sapeva circondato dalla gratitudine di quel piccolo centro di provincia, continuava a essere invitato alle cerimonie ufficiali e la sua compagnia era ricercata dalla gente di buona famiglia. Pur tuttavia nessuno si spendeva oltre a questo. Nessuna casa privata lo accoglieva confidenzialmente tra le sue mura. Le sue relazioni in paese erano formali; molti dei suoi clienti lo abbandonavano strada facendo. I più poveri, in particolare, appena trovavano il modo di riassettare le proprie finanze.
Alberto sapeva di tutto questo, ma non si dava troppo per perso. Il fatto il fondo non lo toccava più di tanto. Aveva imparato a guardare con disincanto agli alti e bassi della vita. E quasi si era affezionato a quella distanza tra sé e gli altri e gli piaceva di mantenerla.
Ora però Alberto non era più così tranquillo a proposito della sua vita. Quella telefonata furtiva che lo aveva messo in contatto con Zio Giorgione era come se gli avesse rotto le uova nel paniere. Improvvisamente il suo pensiero era corso a quando lui e gli zii formavano una cosa sola e il ricordo di quei giorni felici lo tempestava. E con esso il desiderio di tornare a provare qualcosa di simile. E forse era quella nostalgia, più che il giuramento di Ippocrate che la signora Majoni avrebbe dovuto ringraziare, se il parto fosse andato bene.
Ecco, ora Alberto, mentre nella sua camera sceglieva il vestito da indossare, che fosse comodo e pulito, e lo agevolasse nell’attività gravosa del parto, pensava solo a quello e desiderava ardentemente che tutto andasse bene.
Quando scese, in cucina, al piano di sotto, chiese a Bettina di preparargli la colazione. Non che avesse veramente bisogno di questo suo aiuto, ma gli sembrava un modo per acquisire ai suoi occhi benevolenza. E quando Bettina si lamentò di trovare solo il barattolo con la polvere dell’orzo si lasciò compassionare e le perdonò l’improvvisa confidenza. Aveva bisogno estremamente bisogno che Bettina si fidasse di lui. E in quel momento comprese che era necessario che lei, in cuor suo, lo accettasse come uno di casa. Di lì a poco avrebbero dovuto, insieme, affrontare la camera gestatoria. Doveva in tutte le maniere sconfiggere la sua diffidenza.
Per Alberto il viaggio con il sidecar non fu meno tortuoso dei suoi pensieri sotto la doccia. E’ vero che la pioggia stava rallentando di portata, ma era una pioggerellina continua e quasi ghiacciata. Alberto dovette sferzare sulla carreggiata, imprimendo al veicolo un’andatura accelerata e faceva fatica a mantenersi dritto al centro, per evitare lo sterro ai borri della strada. E quando sterzò per fermarsi nell’ampio spiazzato di accesso al Villino Majoni, le sue membra avevano dimenticato i benefici del bagno caldo.
Mentre Bettina si recava di sopra ad avvisare Rita Majoni, Alberto che appena aveva varcato la soglia al piano terreno veniva subito accolto dalla figlia maggiore dei Majoni. L’aveva conosciuta ragazzina che spesso si recava dal padre, in clinica, per farsi risentire le lezioni e, talvolta, anche lui aveva contribuito a sdrammatizzare qualche suo risultato scolastico non proprio brillante e gli aveva dato mano nelle dimostrazioni dei teoremi geometrici che alla giovane risultavano particolarmente ostici. Ora Federica poteva dirsi una donna. Soprattutto l’acconciatura, benché frutto di una toilette affrettata, in virtù del grande evento che la famiglia viveva, era consona per una donna anche più matura della sua età. Ad Alberto quei capelli, così cotonati, rimandavano qualcosa di artificioso e gli sembravano in linea con lo stile della casa, uno stile che si sarebbe detto più romano che toscano. Insomma ,un po’ condizionato da idee di grandezza. Ciò nonostante l’accoglienza di Federica lo aveva fatto sentire al centro dell’attenzione e ad Alberto non dispiaceva come Federica lo guardava di sottecchi. E piacevolmente lo assalì un moto inatteso di vanità e di gigioneria , accompagnato da un senso di rilassatezza che finì per predisporlo al meglio anche verso i suoi obblighi professionali.
Quando finalmente Alberto si accinse a entrare nella camera padronale, trovò Rita Majoni in buone condizioni e, con una scusa, fece in maniera di rimanere solo con lei.
“ Allora, signora, addirittura tre persone di casa Majoni si sono scomodate stamani di prima mattina per questo suo erede che ha fretta di venire al mondo e mi hanno buttato giù dal letto. Ed eccomi ora, pronto all’opera al suo capezzale. Lei come si sente?”.
Rita Majoni gli rispose in maniera un po’ affettata, cortese ma formale. Era chiaro che la signora avrebbe preferito di ben lunga che ad assisterla fosse Zio Giorgione; ma Rita Majoni era anche una donna di mondo e cercò di far buon viso a cattivo gioco. Stette bene attenta, però, a non farsi sfuggire nessuna confidenza, nessuna parola di troppo sia riguardo al passato professionale che aveva diviso Guido e Alberto, sia al presente per quanto concerneva i propri rapporti con il coniuge. Ad Alberto fu subito chiaro che Rita Majoni si fidava il giusto di lui, cosa che, d’altronde, per le circostanze passate e presenti a lui sembrò del tutto naturale. Bisognava però evitare che tutto questo influisse negativamente su quell’evento che insieme ora dovevano affrontare e per il quale la collaborazione e la lucidità della signora gli erano indispensabili. Alberto doveva guadagnare qualche punto a suo favore, rendersi almeno credibile sotto il profilo professionale. Giocò, almeno all’inizio, la carta della calma e della pacatezza. D’altronde le contrazioni della donna erano ancora molto rallentate, quasi allo stadio iniziale e il battito cardiaco del piccolo era del tutto regolare. Così Alberto condusse una disamina attenta e puntuale delle condizioni della gravidanza ben sapendo che queste informazioni non lo avrebbero fatto progredire di un passo verso la soluzione del parto. L’espediente però fu un valido diversivo e portò l’attenzione della signora a concentrarsi sulla peculiare circostanza che li voleva entrambi uniti alla meta.
Quando Alberto si accinse alla visita ginecologica, li aveva raggiunti anche Bettina e ciò fu di buon auspicio per vincere gli ultimi scampoli di riserbo della signora. Fu immediatamente chiaro che il bimbo non aveva purtroppo intrapreso la strada più giusta. Si presentava podalico. Ad Alberto la questione non piaceva, tuttavia c’era poco da scegliere. Il parto podalico non era solo un caso raro: nella sua vita professionale lo aveva affrontato solo un’altra volta. Anche costringeva il ginecologo in funzione passiva, potendo solo sperare che la donna fosse abbastanza abile, in pratica, da cavarsela da sola e spesso la sorte del piccolo era incerta fino alla fine. Alberto, intanto continuava a controllare il battito cardiaco del nascituro che appariva del tutto normale e altre condizioni di sofferenza non si evidenziavano. C’erano anche alcuni elementi a favore nella presente circostanza. Il fatto che la signora fosse alla terza gravidanza e il fatto che il parto fosse in anticipato di almeno quattro settimane poteva far sperare che la donna si sgravasse con un travaglio non troppo lungo e che il bambino non fosse eccessivamente grosso. Tutto però si sarebbe giocato, alla fine, al momento della fuoriuscita della testa del neonato.
Nel colloquio che seguì con la Majoni Alberto le spiegò, in maniera asciutta, ma non priva di dettagli come si metteva la situazione e la gestante si mantenne lucida e volle essere informata sui particolari, con un interesse che se rendeva la conversazione un po’ pedante anche però accorciava la distanza tra i due. Alberto fu anche abile a scacciare dalla mente della donna la preoccupazione eccessiva per la sorte del bimbo insinuando e rafforzandola nella convinzione che, in fondo, la differenza con un parto cefalico stava proprio e solo in quello: che il momento cult anziché essere all’inizio era alla fine della fuoriuscita del feto. Le prime ore di travaglio scorsero piane, con la donna ancora in forze e perfettamente cosciente che agiva il proprio ruolo. E Alberto la incoraggiava in questo. Quanto più però si avvicinava il momento cruciale, tanto più la donna si faceva ritrosa. Era evidente che non sopportava di farsi vedere debole e sofferente da quell’uomo che sapeva ostile a lei e alla propria famiglia. E questa tensione stava provocando non pochi rallentamenti indesiderati e dannosi al corso naturale delle cose.
E Alberto dovette sobbarcarsi, tutto da solo, la decisione più difficile, una decisione che neanche comunicò alla donna con sufficiente preavviso.
In pratica le somministrò una dose sufficiente di anestetico allo scopo di farle superare senza tensione il momento della nascita.
Ne aveva discusso brevemente con Bettina, mentre un’altra inserviente la sostituiva per brevissimo tempo al capezzale di Rita ed entrambi avevano concluso che era la strada migliore.
Così Rita aveva appreso dell’anestesia proprio in ultimo, quando le forze stavano per abbandonarla.
A parte questa forzatura il parto si mise per il meglio e alle cinque in punto Alberto scendeva dalla camera a ristorarsi giù in cucina, mentre già i vagiti del bambino, sano e rigorosamente maschio, rallegravano le stanze che intanto si andavano popolando di persone del vicinato.
Fu con grande meraviglia che Alberto, le spalle ancora rivolte al focolare, mentre sorseggiava un caffè caldo, sentì dietro di sé un’amorevole presenza. No, non poteva essere Zia Lina. Eppure era qualcosa di suadente e di familiare. Era la mano di Zio Giorgione che si appoggiava sulla sua spalla. Ecco, ora sentiva anche il suo sorriso che gli scivolava addosso.
“Ah zio, mancavi solo tu”.
Alberto non riuscì a trovare parole migliori, solo reclinò la testa e confuse il suo volto nella lana della maglia di mohair che Zio Giorgione aveva indossato per l’occasione.
| inviato da chiaratosta il 6/3/2011 alle 9:9 | |
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17 febbraio 2011
Per gli amici Anobiiani
Ciottoli di terra cotta. ( Primo )
Oramai mi posso definire un semiologo di successo. L’estate scorsa ho tenuto una serie di seminari sul silenzio, indagando il fenomeno sia come linguaggio del corpo, sia per l’intrinseco spessore sociologico.
I risultati di quel lavoro saranno editi a breve da Franco Maria Ricci per i tipi “ La libreria Di Babele”.
Quest’inverno sto ripetendo l’esperimento: il tema è “ La verità”. Non ne ho voluto sapere, però, di operazioni commerciali, di sollecitazioni e strizzatine d’occhio, con anticipazioni sui mass media, di consigli non richiesti dei Guru o dei colleghi più fortunati, e dell’inevitabile seguito di compiacenza. La questione è anche stata fonte di una discussione, acida, con il mio agente letterario. Marisa dice che il difficile non è arrivare sulla cresta dell’onda, ma piuttosto è difficile rimanerci. Il successo insomma va amministrato.
Sia come sia, ho fatto di testa mia. In quest’inverno gli incontri si svolgeranno in una cornice più intimista. Ho convinto il mio amico gestore del locale “ L’Età dell’acquario” a rendermi disponibile per una cifra accessibile, un locale un po’ mal messo, ubicato al primo piano dell’immobile, che un tempo doveva servire come rimessa agricola. Il locale è comunque ampio, con i muri spessi, e il soffitto a volta. Il respiro dell’anima non è compromesso. Di certo se n’avvantaggia la comodità. Il dibattito sarà più libero e meno paludato.
Questa che trovate di seguito è la trascrizione del primo incontro. Quella sera ci siamo ritrovati solo noi cinque. Cinque amici di vecchia data, come a me piace. E’ uscito fuori un dopo cena affatto banale. Forse sono un po’ ottimista, giudicate voi.
******
Elvira “ Allora siccome nessuno comincia, comincio io. La verità per me è una “presenza scomoda”. Qualcosa con cui sono costretta a misurarmi tutti i giorni. E ora non fate tanti risolini. Volete un esempio?
Una nobildonna come me certo non può fare a meno di uno specchio. Tutte le mattine, prima di andarmene in Ufficio, sorveglio la mia mise. E dove mi casca l’occhio? Sempre su queste benedette gambe, troppo magre e a bacchetta che mi ha donato Madre natura. “
Andrea “ Invece per me la verità è un “punto di vista”. Io, per esempio, quando guardo te vedo sempre appena sopra alle tue gambe. E ti posso assicurare che è tutta un’altra musica. “
Elvira “ Ecco lui. Con te non si può fare un discorso serio.”
Trainer “ Vedete, scherzando scherzando, Andrea ed Elvira hanno introdotto concetti importanti. Quello dell’immagine e della verità riflessa e quello del relativismo.”
Fred “ Sarà, ma a me l’osservazione di Andrea fa girare i cosiddetti. Pensate ai giornalisti che vivono sotto scorta mediatica. E poi provate a dire che il loro è un punto di vista.”
Trainer “ Tu, Gino, non dici niente?”
Gino “ No, no … andate avanti voi; che io intanto vi ritraggo in questi schizzi .”
Trainer “ E vabbè! Oramai ti abbiamo ammesso in questo consesso e bisogna prenderti come sei. Però il relativismo è sempre più importante in questa nostra società. Pensate per esempio al “ pensiero debole” di Gianni Vattimo.”
Elvira “ Mamma che pall… palline quel libro.”
Andrea “ E poi in questo tempo d’integralismo islamico credo che anche questi autori dovrebbero rivedere il loro punto di vista.”
Trainer “ Non è mica detto, perché in questi tempi duri d’ integrazione necessaria e forzata, se mettiamo in moto i nostri schemi occidentali, le nostre personalità ingombranti, si finisce per fare muro contro muro. Ma cerchiamo di andare per ordine. Qui ci siamo dati delle consegne. La prima è che in ogni incontro, ciascuno di noi che vi partecipa sceglie una definizione della verità.
Allora la definizione di Elvira e di Andrea l’abbiamo. Io non conto, come trainer rinuncio a dire la mia. Fred, in pratica, la definizione l’ha data. Per lui la verità è quella espressa dai giornalisti che vivono sotto scorta mediatica. Manchi solo te, Gino. Questo dazio lo devi pagare.”
Gino “ Per la me la verità sono “questi schizzi”. Perché, vedete, non conta solo ciò che diciamo. La verità non sta lì o, perlomeno, non sta tutta lì. “
Trainer “Gino, come al solito, si sente al centro del mondo. Lo fa però con leggerezza, la leggerezza del suo sorriso e dei suoi capelli bianchi. E anche questo, introdotto da Gino, è un tema importante quello del verbo. Della sua forma e della sua sostanza.”
Credo però che faremmo buona cosa se ci concentriamo su uno solo di questi temi.”
Elvira “ Io, prima di scegliere, vorrei sapere meglio di questa scorta mediatica.”
Andrea “Oh non lo sai? E sono gli amici di Saviano. Tu lo sai che Fred con Saviano ha un filo diretto?”.
Trainer “Buoni ragazzi! Non vi accaparrate. Per dare a Cesare quel che è di Cesare, è chiaro che la verità testimoniata da chi vive sotto scorta mediatica è un punto di vista. Ad essere precisi il loro. Solo che detto così, ora insorge Fred. Perché Fred ci vede una bellezza in questa loro verità e vorrebbe che non fosse sporcata. E’ così Fred?”.
“ Esattamente, così come tu dici”.
Gino “ Quant’è bella giovinezza…. Il problema è che spesso a sporcare la tua verità ci pensano quelli della tua propria parte. E più uno è al servizio di una causa e più può succedere“.
Andrea “ Macchè sporcare! Il punto è che ci sono più verità. E se uno non l’ammette vuol dire che la verità gli fa male.”
Fred “ Vedi quello che io non sopporto in quelli come te. Io non capisco se uno vede un pezzo di m… che nome diverso gli può dare.”
Andrea “ Tu porti sempre le cose all’estremo. E non riesci i a percepirne la vera essenza se non con una giunta di teatralità. Vogliamo essere pratici? Metti tu che su un pezzo di m… nasca un fiore! Come la mettiamo? E’ un po’ come il fondo schiena di Elvira. Elvira guarda solo le sue gambe. Capisci? Come fa a vedere il fondo schiena?”
Trainer “Ehi là: ci stiamo allargando, è come dire che la bellezza è negli occhi di chi guarda. Proviamo a concentrare lo sguardo su un oggetto che non è mutevole. E ‘sempre uguale a se stesso, è unico. Prendi per esempio un crisantemo. Non uno qualunque, immaginiamo di averne uno qui a disposizione e di passarcelo di mano in mano. Secondo te Fred che cos’è il crisantemo?”
Fred “ Da noi è il fiore dei morti”.
Trainer “ Hai detto giusto: da noi. E’ vero o non è vero, Andrea che il gran giorno hai regalato alla tua promessa sposa un Bouquet di crisantemi?”
Andrea “ Certo, nella tradizione orientale è i l simbolo della purezza e dell’amore.”
Trainer “Prendiamo un esempio meno complicato. Quelle immagini della Gestalt che possono essere viste in due modi diversi: le conoscete tutti, vero? C’è un esempio qui che a me piace molto. Guardate quel quadro incorniciato, più in basso sulla parete di fronte, dopo le Lame dei Tarocchi. Che cosa ci vedete ?
Andrea “Io ci vedo un bosco.”
Fred “ Anche io. Questa volta andiamo d’accordo.”
Elvira “Si, sì, indubbiamente un bosco.”
Gino “Per me non vale lo conoscevo. Se guardate bene ci si può vedere anche qualcos’altro.”
Trainer “ Già. Nessuno ? Vabbene, prendetevi quest’indizio. Pensate ad una cosa romantica, la più romantica. E ora ce la vedete?”
Elvira “ Ehm ...Un uomo e una donna che si baciano.
Trainer “ Sì ma ce la vedi o hai fatto uno sforzo d’immaginazione?"
Elvira “ Non ancora. “
Andrea “Io invece li ho già visti. Tu Fred neanche tra un anno.”
Fred “ Infatti, mi ci applico la prossima volta.”
E vira “ Ecco ora li ho visti anche io “.
Andrea “ Ragazzi si fa tardi. “
Gino “ Non avere furia Andrea. Perché vedi questa cosa di chiamare le cose con un nome diverso da quello che hanno un po’ dà fastidio anche a me. Ho i capelli bianchi ed ancora non mi ci abituo. ”
Andrea “ A me invece dà noia la manipolazione. E chi crede in un’unica verità, è il più soggetto ad essere manipolato. Ora però si fa tardi e io non posso proprio rimanere Elvira tu vieni con me?”
Trainer “ Sì, direi che è il momento di rompere le righe. Se volete possiamo riparlane martedì prossimo. Facendo tesoro e ricominciando da dove ci siamo lasciati.”
Fred “ Ok. E’ difficile però abituarsi. Sul più bello si va sempre via. Speriamo che la macchina con questo freddo riparta”.
Gino “Se mai vengo io a darti una mano. A proposito, tu Antonio rimani o scendi con noi ?”
Trainer “No, rimango. E’ sempre bene fermare le idee con immediatezza.”
Gino “ Qui c’è un’aria di chiuso. Ti apro la finestra.”
Trainer “Ah, a proposito di quegli schizzi, perché non li conservi. Potrebbero risultare utili al momento della pubblicazione.”
Gino “ Sei sempre il solito negriero. Io però ti avviso prima, non do nulla per nulla.”
Trainer “ Ok, ci metteremo d’accordo. Che fai, torni martedì prossimo ?”
Gino “ Non so, forse”.
| inviato da chiaratosta il 17/2/2011 alle 19:59 | |
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31 ottobre 2010
Il Blog chiude
Cari,
si avvicina a grandi passil il terzo anniversario di questo Blog che oramai ha fatto il suo tempo.
Soprattutto si è spenta in me la passione politica. Lafinestrasulcortile, come tanti altri blog, nati sulla piattaforma del ilcannocchiale, si era sviluppato intorno al progetto politico de La nuova stagione a fianco di Walter Veltroni. Putroppo è stato un 'idea a cui mancano le gambe per andare avanti . Se si ggiunge che ci sono state ripetute traversie tecnlogiche che hanno bruciato molti dei miei contatti si spiega l'agonia di questo utlimo anno.
La mia attività come Blogger non muore, ma si trasforma. Aprirò un blog dedicato alla passione per la lettura e a quella per la scrittura, un'attività cui mi dedico con animo sportivo.
Ho anche in mente di aprire uno spazio in rete dedicato ad un altro tema che saltuariamente mi ha occupato anche da questa finestra. L'africa, il suo fascino e i suoi problemi . Ma il progetto non è così immedato.
Terrò aperto questo spazio il tempo necessario per consentire a chi vuole di seguirmi ancora .
Vi ringrazio e vi abbraccio tutti con molto affetto

| inviato da chiaratosta il 31/10/2010 alle 6:5 | |
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22 giugno 2010
20 giugno - Inziative di Italian Blogs for Darfur in occasione della giornata mondiale del rifugiato
Ieri domenica 20 giugno si sono svolte le celebrazioni per la giornata mondiale del rifugiato.
Questo post potrebbe essere l’occasione per meditare insieme intorno alla tematica del diritto d’asilo per come le cose si stanno mettendo in Italia grazie alla politica restrittiva del nostro governo.
Ma prima di questo volentieri do voce all’iniziative promosse , in occasione di questa celebrazione, da Italian Blogs for Darfur. Infatti nel centro di accoglienza di Scorticabove sono stati distribuiti simbolici attestati di idoneita' al diritto di asilo in nome dei diritti umani, una provocazione che vuole conclamare i problemi che quanto ad accoglienza si vanno ingigantendo nel nostro paese e tende a a "denunciare i grandi limiti che ancor oggi persistono nel nostro Paese in materia di accoglienza degli aventi diritto all'asilo".
Come certo saprete, nel 1951 la convenzione di Ginevra riconobbe lo status di rifugiato e creò in simultanea l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati .
Detta agenzia ha approvato diversi documenti attestanti la situazione in paesi di origine degli immigrati nei quali si riscontrano le condizioni che danno diritto all’asilo politico o per lo meno alla valutazione delle domande di asilo politico presentate dagli immigrati.
Il documento relativo al Darfur è ormai risalente al febbraio 2006 e lo trascrivo integralmente qua sotto:
“ POSIZIONE DELL’UNHCR SUI RICHIEDENTI ASILO SUDANESI
PROVENIENTI DAL DARFUR
1. Dall’ultima posizione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati
(UNHCR) relativa ai rimpatri in Sudan, emessa nel novembre 2001, nel Paese si sono verificati
rilevanti sviluppi che hanno inciso sulla situazione degli spostamenti forzati di popolazione
interni.
2. In seguito alle accuse mosse contro il governo di Khartoum sul mancato successo
nell’affrontare la questione della marginalizzazione economica e politica della popolazione del
Darfur, che si protrae dagli anni ’80, nel febbraio 2003 con l’emergere di due gruppi ribelli in
opposizione al governo è esplosa una crisi nella regione del Darfur, nel Sudan occidentale.
Secondo i gruppi del Sudan Liberation Army (SLA) e del Justice and Equality Movement
(JEM), il governo di Khartoum discriminava i gruppi etnici africani del Darfur. Da ciò è
derivato un conflitto armato tra le forze governative, sostenute dalle milizie arabe Janjaweed,
contro SLA e JEM. Le milizie arabe sono considerate la causa principale della migrazione
forzata di 1.800.000 persone all’interno dei tre Stati che compongono il Darfur, della fuga di
200.000 rifugiati oltre il confine con il Ciad e della morte di almeno 50.000 persone.
3. Per alcune categorie di sudanesi, indipendentemente dalla loro zona di origine, inclusi gli
abitanti del Darfur, il rimpatrio forzato nel Paese comporta dei rischi. Tali categorie includono
giovani uomini in età da combattimento, che vengono sistematicamente individuati per essere
assoggettati a detenzioni ed interrogatori. Gli arresti avvengono spesso in applicazione di un
decreto amministrativo del 28 febbraio 2003, che autorizza le autorità di frontiera ad arrestare i
sudanesi che fanno rientro nel Paese, che sono partiti dopo il colpo di Stato del giugno 1989 e
rimasti all’estero per più di un anno. Questi possono essere sottoposti ad “indagini” ed alle
“necessarie misure di sicurezza”. Attualmente, il decreto viene applicato in modo selettivo, in
base al profilo del singolo individuo che fa ritorno in Sudan. I giovani uomini in età da
combattimento sono particolarmente esposti al rischio di essere destinatari di tali misure.
4. Nel luglio 1999 l’Assemblea Nazionale ha approvato una nuova Legge Sicurezza, che
consente alle forze di sicurezza di tenere una persona in stato di detenzione a fini investigativi
per un periodo di tre giorni. È difficile stabilire se la disposizione di legge dei tre giorni venga
applicata in modo rigoroso. Poiché le forze di sicurezza esercitano un potere considerevole, la
detenzione arbitraria continua a verificarsi per periodi più lunghi. Inoltre, a molti sospettati di
opposizione politica viene imposto di presentarsi ogni giorno presso gli uffici di sicurezza, dove
devono rimanere per tutto il giorno.
5. Per quanto riguarda il Darfur, le condizioni di sicurezza si sono notevolmente deteriorate a
partire dall’agosto 2005, nonostante alcuni leggeri miglioramenti registrati nei mesi precedenti. I
civili continuano a costituire un obiettivo degli scontri nella regione. Migliaia di abitanti del
Darfur, indotti forzatamente a lasciare le proprie case e le proprie terre, si trovano ancora in
campi per sfollati interni all’interno della regione. Di recente sono aumentati in modo
considerevole rapimenti, vessazioni, estorsioni e saccheggi a danno di civili, soprattutto da parte
delle milizie arabe. Attacchi premeditati da parte di gruppi arabi e di altri gruppi non identificati
- alcuni dei quali con evidenti legami con militari, polizia o gruppi ribelli – hanno preso di mira
civili nei campi per sfollati interni, causando uccisione di uomini, rapimento di donne,
saccheggio di bestiame, distruzione di villaggi, raccolti e scorte d’acqua. Un fenomeno in
crescita è inoltre l’occupazione di villaggi da parte di persone che in precedenza non risedevano
nell’area. La risposta delle autorità è stata generalmente tardiva e debole. Le donne in alcuni
campi per sfollati interni e quelle che si allontanano dai campi per raccogliere legna da ardere
continuano ad essere esposte al rischio di violenza sessuale. Alcuni avvocati e altri operatori
coinvolti in attività di assistenza legale o di tutela dei diritti umani, così come le persone legate
ad organizzazioni non governative (ONG) internazionali, sono state esposte al rischio di
rapimenti, vessazioni e intimidazioni. L’assenza di un’efficace protezione da parte delle autorità
ha ulteriormente esacerbato le minacce alla sicurezza fisica della popolazione del Darfur. Nel
complesso, si è valutato che le condizioni di sicurezza non sono migliorate; in realtà è vero il
contrario, al punto da non poter essere raccomandato un cambiamento della posizione
prevalente secondo la quale le persone non devono essere rimpatriate in Darfur.
6. A Khartoum si trovano approssimativamente 2 milioni di sfollati interni in quattro campi
per sfollati e in qualcosa come 16 aree occupate nella capitale e dintorni. La maggioranza degli
sfollati proviene dal Sudan meridionale, ma vi è anche una quantità considerevole di persone
provenienti dal Darfur, molte delle quali arrivati a Khartoum durante gli anni ’80, a seguito della
siccità. Le stime indicano che approssimativamente tra il 10% e il 15% dei 2 milioni di sfollati
interni che si trovano a Khartoum proviene dal Darfur. La popolazione di sfollati presente a
Khartoum e nei dintorni della città è socialmente ed economicamente emarginata e vive in
condizioni estremamente precarie, nonostante le attività svolte dalle Nazioni Unite e dalle ONG.
Le vessazioni e la violenza arbitraria da parte delle autorità costituiscono un fenomeno abituale.
Gli sfollati interni del Darfur che si trovano a Khartoum sono esposti a rischi relativi alla
protezione, inclusi il trasferimento forzato e il ritorno forzato in Darfur.
7. Dal 2003, il Governo ha accelerato il “processo di riorganizzazione” dei campi per sfollati
interni ed aree occupate a Khartoum e dintorni, esacerbando ulteriormente il problema. Tale
processo ha portato alla demolizione di case, scuole e strutture sanitarie per sfollati interni.
L’UNHCR ha valutato che approssimativamente 250.000 famiglie di sfollati siano rimaste senza
un alloggio, a seguito delle demolizioni di abitazioni in corso. Migliaia di famiglie sono state
lasciate senza un luogo dove vivere, poiché gli appezzamenti assegnati sono troppo pochi e non
sono stati forniti alloggi alternativi. Non esiste inoltre un’efficace politica governativa mirata a
far fronte alle necessità di coloro che sono rimasti esclusi dall’accesso a nuovi appezzamenti.
Particolarmente colpiti sono gli sfollati interni privi di documenti, le unità familiari con
capifamiglia donna e coloro che sono arrivati a Khartoum dopo il 1996. Quest’ultima categoria
include la maggior parte degli sfollati interni provenienti dal Darfur che sono stati costretti a
trasferirsi nella capitale in seguito alla crisi nella propria regione d’origine.
8. Il fatto che gli sfollati interni stiano ricevendo assistenza internazionale in Darfur e a
Khartoum non dovrebbe portare alla conclusione secondo la quale per i richiedenti asilo è sicuro
o ragionevole far ritorno in determinate aree del Sudan. Gli sfollati interni, in Darfur,
continuano ed essere esposti a gravi minacce alla propria incolumità fisica e sicurezza
personale. Secondo le valutazioni dell’UNHCR, le minacce sono talmente diffuse da escludere
la possibilità per i richiedenti asilo provenienti dal Darfur - inclusi coloro che risiedevano a
Khartoum prima della crisi - di poter fuggire in qualunque altra area del Sudan. I cittadini
sudanesi di origine darfuriana e di etnia “non-araba” che facciano rientro in Sudan sono esposti
ad un rischio ancora più elevato di approfondite indagini da parte dell’apparato di sicurezza.
Inoltre, laddove lo spostamento forzato interno di popolazione è il risultato di politiche di
“pulizia etnica”, il diniego dello status di rifugiato sulla base delle argomentazioni della
possibilità di fuga o trasferimento interni potrebbe essere interpretato come l’accettazione della
situazione di fatto e suscita pertanto ulteriori preoccupazioni.
9. L’UNHCR pertanto raccomanda che:
• Gli Stati garantiscano protezione internazionale ai richiedenti asilo sudanesi originari del
Darfur appartenenti a gruppi etnici “non-arabi”, accordando loro il riconoscimento dello
status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status di
rifugiato e del Protocollo del 1967 o ai sensi della Convenzione OUA (Organizzazione
dell’Unità Africana) che regola aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa, a
seconda delle circostanze del caso;
• Laddove uno Stato ritenesse di non poter riconoscere lo status di rifugiato, dovrebbe essere
almeno garantita una forma di protezione complementare; nessun cittadino sudanese del
Darfur di origini non-arabe dovrebbe essere rimpatriato forzatamente fino al momento in cui
non si sia verificato un significativo miglioramento delle condizioni di sicurezza in Darfur;
• Appropriata attenzione dev’essere prestata alle necessità di protezione di richiedenti asilo
originari del Darfur appartenenti a categorie particolarmente vulnerabili, come donne
capofamiglia, casi clinici o persone in passato vittime di persecuzioni;
• Appropriata attenzione dev’essere prestata, in ogni caso, a possibili motivi di esclusione, in
conformità all’Art. 1(F) della Convenzione di Ginevra e/o all’Art. 1.5 della Convenzione
OUA, in determinati casi individuali.
10. Questo documento di posizione sarà oggetto di aggiornamento nei prossimi sei mesi.
UNHCR, febbraio 2006”
darfur
diritto di asilo
| inviato da chiaratosta il 22/6/2010 alle 4:23 | |
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14 aprile 2010
Pensieri sparsi a seguito della lettura di pagine di Roberto Saviano .
Pensieri sparsi a seguito della lettura di pagine di Roberto Saviano ( seconda versione )
Mi sono accostata a Roberto Saviano non per la volontà di conoscere i suoi scritti, mi ha invece intrigato il titolo di questa sua opera: “La bellezza e l’inferno”.
Non so perché questo tema della bellezza sta diventando così centrale nei miei pensieri; fatto sta che ultimamente guida molte delle mie scelte di lettura.
Se così non fosse stato ed avessi voluto pagare un tributo alla personalità di spessore di Roberto, nel panorama della cultura del nostro meridione, a questo giovane che a soli 30 anni è già un colosso e rappresenta la voce più autorevole di lotta alla camorra nella sua terra, forse sarebbe stato giusto iniziare con “Gomorra
In ogni caso ci sono diversi possibili piani di lettura di questo testo, me ne rendo conto mentre lo leggo. Si può leggerlo come un esempio di giornalismo d’inchiesta, anche se non tutti gli scritti qui raccolti possono ascriversi a questo genere. Lo si può leggere come testimonianza di una vita sotto scorta. Oppure come atto di resistenza civile e politica. Lo si può leggere come tributo a un mestiere, ed anche come logica e filosofia di questo mestiere. Se lo leggerete, ed io spero che questo mio scritto vi spinga a farlo, potrete giudicare qual è stato il mio modo di leggerlo.
Detto questo, “ La bellezza e l’inferno” è un’opera che tratta del potere della parola. E per una buona metà della mia lettura le parole che ho trovato più giuste per descriverla sono state fiducia e amore.
La fiducia che Saviano ha in se stesso e negli altri non è stata scalfita neppure dalla paura di essere infangato e deriso, mentre ha sentito stringere intorno a sé la morsa della volontà di sminuirlo agli occhi dei propri lettori. E’ questa fiducia che lo porta a condividere la convinzione di Giovanni Falcone che la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un inizio e avrà quindi anche una fine.
E sempre questa fiducia gli rende cara questa frase di Camus “… l’inferno ha un tempo solo, la vita un giorno ricomincia…”.
L’amore anche è molto presente in quest’opera; a cominciare da quello sconfinato per la sua terra, in cui senti riecheggiare l’aria di Nabucco. Un amore che meriterebbe ulteriori tributi. Un amore che ci porta a vedere Castel Volturno come lui lo vede, strappato al destino di turismo balneare che poteva restargli tagliato addosso, con lo sviluppo urbano delle villette e delle seconde residenze. Perché accanto a questo cemento, quello delle villette, Saviano ci racconta dello scempio dell’abusivismo e della sua pervasività, del celebre villaggio Coppola (che si staglia derubando ottocentosessantremila metri quadrati) in una delle più belle pinete marittime del Mediterraneo; un abusivismo su cui s’insediano i simboli delle istituzioni, care alla popolazione, come l’ufficio postale e la caserma dei carabinieri. Un abusivismo che ha fatto da sfondo all’ospitalità delle famiglie dei soldati della Nato.
Con la fine della guerra fredda l’abbandono del territorio ha lasciato il posto ai fasti - da feudo- della famiglia Bidonetti, al transito della cocaina africana e allo strapotere della mafia nigeriana. E Saviano ci parla delle ombre dell’eco-mafia che sovrastano su tutto, un’ecomafia che compie imprese impensate, mietendo successi là ove l’economia tradizionale si sfianca e si sgretola. Ci parla di quell’aumento esponenziale dei tumori la cui responsabilità grava sì sull’ecomafia, ma anche sulle imprese del Nord, in uno scambio di favori che è la base vera del consenso che l’ecomafia riceve a tanti livelli ed è il tratto più evidente del potere, il potere come noi italiani lo conosciamo nelle istituzioni che pure mafiose non sono .
E mentre leggi queste pagine, ti viene in mente quella coppia di sposi che si è rivolta al tribunale dei diritti umani e ha chiesto asilo politico in Francia per strappare la loro vita e quella della figlioletta di appena tre mesi a questo destino ingrato e già annunciato.
E ne ricavi la certezza che finché esisteranno personaggi come Saviano la monnezza di Napoli potrà pure sparire dalla nostra cronaca, essere sotterrata e sottratta agli occhi degli innocenti, diventare beffa col consenso che si stringe intorno alla compagine berlusconiana e alla sua propaganda di regime. E agli accordi internazionali altisonanti sul nucleare di terza generazione.
Ma un pungolo, non so quanto potente e per quanto tempo ancora inascoltato, s’installa e comincia a chiedere soddisfazione dai meandri della nostra coscienza.
E l’altra faccia dell’amore è l’amore smisurato e potente per un mestiere che si è fatto in Saviano ragione di vita e ragione di morte. Quel giornalismo d’inchiesta che si è tramutato in una vita sotto scorta; quel giornalismo cui le persone, quelle come me, possono fornire solo il debole e forse ridicolo puntello della scorta mediatica, su un Blog che si va impoverendo di contenuti e di lettori .
E poi c’è la giovinezza, la giovinezza di Saviano. Mi appare sconfinata e subito reclama riconoscimenti, già dalle prime parole del pezzo “ Lettera alla mia terra”: < i responsabili hanno dei nomi Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas … Michele Zagaria e Antonio Iovine >.
E a me viene in mente il primo aiuto che ho avuto, appena assunta alle Poste, da un collega, certo ignaro della consonanza che lo lega a gente come Saviano: < bambina, nome e cognomi>. Come dire che solo chi rompe il silenzio ha diritto di partecipare alla vita in qualità di adulto. Il problema è che strada facendo, qualche volta, dopo avere partecipato alla vita in qualità di adulto, si accetta di parteciparvi solo in qualità di adulto vecchio dentro; e si cede alla tentazione di non avere più niente da dire.
E quest’ opera di Saviano fa nascere in me la nostalgia della mia gioventù e la speranza che questa nostalgia non si traduca in ripiegamento o semplice sdegno, ma si tramuti in azione.
E pur tuttavia c’è anche qualcosa d’altro, dentro di me che continua a suggerirmi la fuga. Quella domanda che mi è sorta spontanea e che mi ha inquietato e pressato per una buona metà di questa lettura .
Se davvero ne vale la pena per Roberto Saviano: <… Ho scritto in una decina di case diverse, nessuna abitata per più di qualche mese. Tutte piccole o piccolissime, tutte, ma proprio tutte, dannatamente buie, le avrei volute più spaziose, più luminose, volevo almeno un balcone, un terrazzo: lo desideravo come un tempo avrei desiderato viaggi, orizzonti lontani, una possibilità di uscire, respirare, guadarmi intorno. .. >
E mi sono sorpresa a pensare che quest’uomo non ha una vita sessuale. Lo so, sono cose che una donna non dovrebbe dire, ma qui sono a casa mia e onoro la verità perché posso, finché posso e perché mi aggrada. E i prezzi che devo pagare, perché mi denudo, li pago volentieri.
Avrei potuto tacere, soprattutto dell’insinuarsi del dubbio che appunto mi ha accompagnato per una buona metà di questa lettura. Ma non ho voluto, sono leale e non voglio tradire la lealtà che mi lega ai miei pochi lettori. E solo l’onore che porto alla mia verità è ciò che in definitiva mi tiene legata qui, a questo computer e a questa scrittura.
Devo anche dire però che questa domanda ha trovato una sua pace, limpida, benché parziale, nelle parole dello stesso Saviano. Saviano non ha e non ha mai avuto quelle crisi di appartenenza che sempre hanno costituto il nocciolo, infranto e melmoso, della mia esperienza di dolore; di questi ultimi anni e non solo.
Saviano, probabilmente, ha sperimentato la solitudine solo all’inizio del suo cammino, quando a causa della sua arte si è scoperto diverso. Saviano è fatto di un’altra pasta. Saviano ha il coraggio di guardare in faccia la bellezza.
Ha conosciuto gli insulti e le accuse. Quelli che senza vergogna dicono dovevi stare zitto. Quelli che non l’hanno degnato neanche di questo. Gli scritti sui muri e gli sputi per strada e tutte le persone che sono sparite alla prima difficoltà. E invece pensa alle parole di vicinanza, a tutti gli inviti a cena che non ha potuto accettare, alle vecchiette che accendono i ceri di Sant’Antonio per proteggerlo.
Ecco, perché la bellezza, ora ha tanto spazio nei miei pensieri. E batte alla porta della mia immaginazione. E m’impone di scrivere E crea personaggi come Gelsomina. E mi rende indispensabile approfittare delle vie di fuga. In cui la verità forse è meno onorata. Talvolta però è indispensabile andarsene in esilio per potersene tornare, alla fine, ad albergare in patria, rinvigoriti nelle membra e ringiovaniti nello spirito. Solo così sarà possibile contare per me sulla forza della verità e l’armonia della bellezza senza che più l’una o l’altra si contenda il campo della mia vita, come ora succede, a corrente alternata.
bellezza
saviano
ecomafia
| inviato da chiaratosta il 14/4/2010 alle 19:1 | |
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13 marzo 2010
Stati Uniti e UE: un rapporto ancillare
Mi vado sempre più convincendo che anche il sistema di democrazia statunitense sia una democrazia incompiuta. Anche se la recente campagna politica di Obama e tutta la vicenda della sua elezione hanno qualcosa di straordinario che purtroppo non fa altro che evidenziare la distanza della nostra società dal vivere civile di altri paesi, ciò non toglie che la sua amministrazione sia intrisa di contraddizioni striscianti ed anche di elementi di continuità con l’amministrazione che l’ha preceduto.
Mi riferisco in particolare alla vicenda dello scudo spaziale per la quale rimando a questo link :
http://www.voltairenet.org/article164435.html
non certamente unico nel suo genere ma chiaro per impostazione e per concisione.
Al di là della situazione internazionale che desta – credo in tutti -elementi di allarme, rimane centrale per un paese che vuole mantenere una leadership democratica la modalità con cui si relaziona con i propri alleati. E sotto quest’aspetto è centrale per gli Stati Uniti la relazione con la Comunità Europea. E questa relazione, ormai da anni, mi appare sviluppata con modalità ancillare.
Istruttivo per il mio modo di pensare è anche la vicenda del
CASO SWIFT : http://www.voltairenet.org/article164173.html
" Il Parlamento europeo rifiuta la nuova cessione di sovranita’ ".
Non posso altro che lamentare lo scarso interesse che questi temi, quelli della politica internazionale, acquistano sui media nazionali. La gente comune- intendo dire quella che tutti i giorni si alza prima delle sette la mattina e si guadagna la pagnotta- per informarsi, oggi in Italia, deve impiegare parecchie ore del proprio tempo. Vista, in pratica, l’inutilità dei nostri TG. Di quelli della rete pubblica si salva solo RAI News 24. Anche se vi sono tentativi di postergarne gli orari, consegnando le notizie vere alla massa delle casalinghe e dei nonni che, nel migliore dei casi, non sapranno come utilizzarle e come dare loro un minimo di risonanza.
Così in questi ultimi mesi è successo che la questione greca, con il preoccupante degradi dei diritti civili e politici, sia venuta all’attenzione dei media, solo in questo ultimi giorni. Oppure tanto per fare un esempio che la caduta del governo olandese per il rifinanziamento della missione in Afghanistan sia sta sottotaciuta da tutte le reti. Mentre gli speciali dei nostri Tg continuano a essere dedicati ai delitti di Perugia, di Via Poma e al caso Orlando. Di converso, sempre meno spazio ottengono sulle reti, principalmente quelle pubbliche i temi dell’illegalità organizzata. Insomma non siamo riusciti ad ottenere, in prima serata e neanche in seconda la trasmissione dei processi al clan dei Casalesi. E neanche a costruire intorno a queste vicende un’azione politica credibile e incisiva. Il papato ottiene un’attenzione spropositata nei nostri media, mentre, in parallelo, visibilmente si abbassa la difesa dei nostri diritti civili. E sull’omofobia e il neofascismo dilagante si abbatte la scure del silenzio mediatico .
Speriamo che i fatti di questi ultimi giorni e i sit in dedicati al tema dell’informazione, impartiscano un’inversione di tendenza. Ne sentiamo davvero il bisogno. Non vorrei che la rete con il fascino che su tutti noi esercita, grazie anche alle web Tv, diventasse per i veri democratici un nuovo Aventino.
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13 marzo 2010
Nella nostra società c’è una domanda di scienza?
Nella nostra società c’è una domanda di scienza?
La domanda mi viene spontanea , perché nel giro di due giorni, nel mio girovagare notturno sulla Tv e sul Web mi imbatto in due mini eventi che trattano di scienza. In particolare mi riferisco al libro di Zichichi, recentissimo ( edito nel 2009 anno internazionale dell’Astronomia ) su " Galileo Din Uomo " che ha costituito oggetto di una piacevole escursione nella trasmisssione condotta da Marzullo nel quale si incontrano appunto i libri e i loro autori.
Un libro come certamente saprete anche molto cirticato perchè basato sulla sua concenzione di mancanza di contrasto tra la scienza e la fede Un libro che peraltro va inquadrato sia nella concenzione antievoluzionista propria dell' autore sia nella sua ferma opposizione alle superstizioni legate alle arti divinatorie e astrologiche.
Becnchè io veda le cose da un punto di vista abbastanza distante da queste posizioni non c'è dubbio che interrogarsi sull'etica della scienza e sulla sua compatibilità con la fede sia un tema che mi affascina e sul quale sarei disposta a perdere un po' del mio tempo.
E poi mi sembra importante l’iniziativa che parte da oggi con Repubblica e L’espresso ogni venerdì
“ Beautiful Minds”: in pratica una collana di 20 DVD in cui autorevoli scienziati di fama mondiale (Odifreddi, Giorello, Hack, Bellone, Kroto, Boncinelli, Glashow, Bartocci, Bruzzaniti, Watson, Nash, Veronesi, Wiles, Witten) raccontano con chiarezza i temi della scienza e il contributo della scienza all’evoluzione della storia dell’uomo.
Se volete saperne di più cliccate qui e troverete l’intervista a Pier Giorgio Odifreddi curatore della collana .
fede scienza
| inviato da chiaratosta il 13/3/2010 alle 18:12 | |
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24 febbraio 2010
l'ncostituzionalità della missione in Afghanistan e il silenzio mediatico
Venerdì 19 febbraio il governo olandese del Premier Jan Peter Balkenende è caduto grazie alla resistenza del partitto laburista. Lo apprendo grazie a Peace Reporter .
C' è qualcuno che se n'è accorto sentendo i Tg nazionali? Ma quali sono le notizie di prima pagina dei nostri TG ? Qualcuno se lo domanda? possibile che chi non resiste a questa disinformazione spazzatura possa solo indignarsi e non agire per un paese più libero e più civile?
Comunque ,tornando alla notizia , da noi le cose vanno diversamente. Maggioranza di governo ed opposizione continuano a sostenere un intervento militare dal costo di 51 milioni di Euro al mese e solo sei deputati radicali non votano il rifinaziamento .
Negli ambienti militari qualcosa però comincia ad incrinarsi e sta salendo lo sdegno per il comportamento del Ministro della Difesa Ignazio La Russa le cui dichiarazioni, osannanti e tronfie di orgoglio per il numero dei ribelli uccisi e per i mezzi impiegati a tale fine sono la prova più chiara che la Missione Mushtarak è una violazione dei principi della nostra costituzione .
Questa la dichiarazione di Luca Comellini segrtario del Partito per la Tutela dei diritti dei Militari
"Questa non è più una missione di pace". "Per il ministro della Difesa - continua Comellini - quello che conta non sono gli aiuti alla popolazione, come dovrebbe essere in una missione di pace, ma il numero dei nemici uccisi. Forse non si rende conto che le sue gravissime affermazione dimostrano che questa non è più una condivisibile operazione di peacekeeping, come viene raccontato agli italiani: è una guerra, un conflitto armato. Perfino il ministro degli Esteri Frattini l'altro giorno ha detto che 'nessuno si può permettere di dire che gli italiani stanno nelle retrovie'. E' ormai chiaro che la nostra missione militare in Afghanistan si pone ben oltre i limiti di intervento votati dal Parlamento e che le nostre forze armate stanno operando in aperto contrasto con l'articolo 11 della Costituzione. Che quella sia ormai diventata una guerra vera, in cui si uccide e si rischia di essere uccisi, soprattutto se dotati di mezzi da missione di pace, se ne sono resi conto di persona i soldati italiani che in Afghanistan ci sono stati, ma che preferiscono non parlare di queste cose. Ma le assicuro - conclude Comelli - che c'è un crescente scontento per questo all'interno delle nostre forze armate".
Dunque non solo Berlusconi in questo paese è anticostituzionale ma anche le forze dll'opposizione ormai convivvono con un sistema che della nostra costituzione se ne impipa.
Ci sarebbero poi altre considerazioni sulle missioni internazionali di pace e sul ruolo che vi svolgono le oraganizzazioni internazionali deputate a mantenere la pace nel mondo. Questo è il mondo dell'apparenza, un'apparenza falsa e cortese che non è poi così diversa dall'arrogamza di B&B e che anzi è la melassa che ne sostiene e giustifica il potere e che oramai invade la nostra vita quoitidina e insozza il nostro vivere civile .
anticostituzionalità
afgahnistan
| inviato da chiaratosta il 24/2/2010 alle 6:21 | |
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21 febbraio 2010
Cazzeggiando
Cari a tutti,
ormai la poltica mi appassiona poco e nulla. Faccio sempre più fatica a reperire notizie degne di questo nome.
Con il reset del PC ho perduto tantissimi riferimenti/siti nei preferiti . Il cannocchiale che era stata la nostra pittaforma, all'epoca de La nuova Stagione di Veltroni e l'inizio di tutto , sta morendo poco a poco. Molti di noi o hanno chiuso o sono silenti.
In questo periodo, pertanto mi limiterò ad aggiornarvi sulla mia vita privata , anche se un po' di ambizione, nel mio piccolo, di fare controinformazione mi rimane.
Oggi voglio parlarvi della festa di Federico. Federico è uno come noi, solo un po' meno fortunato.
Questo è il suo profilo su Face Book : http://www.facebook.com/profile.php?ref=profile&id=1190706429#!/profile.php?id=1150060675&ref=ts
Ha deciso per il suo ventottesimo compleanno di non volere regali e con l'aiuto dei suoi ha organizzato una bella festa , una cena tra amici con invito a lasciare un obolo per un associazione di volontariato nel Camerun.
In pratica i gentori suoi e di altri ragazzi hanno preparato il mangiare e offerto il bere , tutta roba abbondante e di primissima qualità . L'ambiente è stato messo a disposizione con un contributo per le spese dal meccanico del paese di Vignole che presiede un associazione di caccia , si tratta appunto di un bel cottage , in legno, con una cucina e ampi servizi igienici . Ma la mossa vincente è stato il Karaoke.
Una bella serata, davvero, meglio di tante organizzate dai professionisti .
A Fede e ai suoi il nostro sincero grazie.

Fede compleanno
Camerun
| inviato da chiaratosta il 21/2/2010 alle 17:4 | |
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3 febbraio 2010
Notizie dal Darfur
Carissimi la prima notizia che riporto dopo questa moratoria dovuta a peripezie tecnologichie è una notizia moderatamente positiva e viene dal Darfur!.
Leggete qui
http://www.itablogs4darfur.blogspot.com/
La petizione di Italian Blogs for Darfur, con la raccolta di 12 mila firme, ha avuto successo e finalmente il 27 gennaio un comunicato ufficiale ha annunciato la sospenzione della pena capitale nei confronti dei minori .
Ma non voglio limitarmi a festeggiare; mi sembra invece importante comtinuare a dare notizie suillo stato reale e su come si vive nel Darfur.
Parlo della carestia annunciata dal consiglio del Nord Darfur alla vigilia di Natale 2oo9 e ora tristemente confermata per la speculazione che si va consumando in ordine al sorgo- praticamente il pane sudanese - il cui prezzo ha orami raggiunto gli ottanta dollari a sacco.
Nella realtà il Sudan persegue una politica di autosufficienza alimentare ma il Darfur continua ad essere escluso dal piano alimentare del governo che investe forti capitali nella fattorie di produzione i cui pregiati prodotti sono destinati in buobìna parte all'esportazione .
" Paradossalmente, il Sudan è uno dei piu' importanti Paesi esportatori di grano e sorgo, e allo stesso tempo riceve enormi quantità di cibo gratuito, lo stesso che esso produce per l'esportazione "
Per maggiori informazioni la fonte è sempre Italian blogs for Darfur :
http://itablogs4darfur.blogspot.com/2008/09/un-morto-e-sei-feriti-per-una-scodella.html
Ciao a tutti .
darfur
carestia
| inviato da chiaratosta il 3/2/2010 alle 21:26 | |
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29 gennaio 2010
con tante scuse
Un altro periodo nero .... con le tecnologie . nuovo virus e nuovo reset. Ho perso anche tutti i siti preferiti,
Mi scuso per questa lunga assenza.....
| inviato da chiaratosta il 29/1/2010 alle 6:32 | |
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15 dicembre 2009
Oscuramento di Notizie- appello di Italian Blogs for Darfur
Un'altra cosa indegna di questo paese è che tutto ciò che interessa il premier o al prmier oscura, in italia, tutte le altre notizie; per questo indegnamente da queste pagine, lette da così pochi lettori, continuo a fare il mio piccolo .
Con colpevole ritardo vi informo sulla inziativa curata da italian Blogs For Darfur . Si tratta di un appello al governo sudanese per fermare la condanna a morte di sei minori la cui età è compresa tra gli 11 e i sedici anni nei cui confronti sono stati violati i diritti fondamentali , essendo stati coinvolti in azioni di giuerra come la stessa accusa evidentemente afferma.
Per firmare l'appello ed avere ulterori notizie vi rimando a questi link :
http://www.italianblogsfordarfur.it/petizione/index.php
http://www.itablogs4darfur.blogspot.com/
http://www.articolo21.org/291/notizia/appello-contro-la-pena-di-morte-per-sei-bambini.html
Ringrazio anche Paolo Borrrello a cui chiedo di riprendere quest'appello pubblcizzandolo anche dalle pagine del suo Web per contunare a parlare di Africa,
Questo è uno dei suoi ultimi pezzi :
8 dicembre 2009
Africa, la nuova corsa all'oro e la vendita di minori come schiavi
In Africa si verifica una nuova corsa all'oro e un nuovo scontro tra compagnie minerarie e minatori illegali. Tale situazione ha diverse conseguenze, tra le quali, non so a quanti possa interessare, non credo certo alle autorità governative dei Paesi "sviluppati", una certa diffusione della tendenza a vendere come schiavi, non si può proprio utilizzare un altro termine, minori dalle famiglie povere ai minatori illegali.
Ne riferisce Matteo Fagotto in un articolo pubblicato da "Peacereporter" che per il suo interesse riporto integralmente:
"L'alto corso dell'oro sui mercati mondiali ha riportato in auge l'antico scontro tra compagnie minerarie e minatori illegali in Africa. Dal Ghana alla Tanzania, passando per il Sudafrica, le compagnie che hanno in concessione le maggiori miniere denunciano una crescita esponenziale del commercio illegale del prezioso minerale. E un allargamento del fenomeno anche al settore dell'esplorazione.
In Sudafrica sono chiamati zama-zama, in Ghana galamsey. In parte gente locale, in parte provenienti dai Paesi limitrofi, i minatori illegali operano generalmente attorno e ai margini delle miniere date in concessione alle grandi compagnie. In alcuni casi, come in Sudafrica, scavano tunnel sotterranei paralleli a quelli 'legali' per raggiungere le zone aurifere; in altri casi, come per i depositi alluvionali, entrano nei siti durante la notte, spesso con la complicità delle forze di sicurezza, scomparendo la mattina. Quale che sia il loro metodo, i danni che provocano al settore sono ingenti, sottraendo fino al 15 % dei depositi auriferi, che vengono poi immessi nel mercato legale attraverso intermediari.
Durante la guerra civile in Congo, i commercianti d'oro di stanza al confine con l'Uganda fecero affari d'oro, letteralmente. Ora tocca agli intermediari sudafricani e ghanesi fare la parte del leone in un commercio ravvivatosi negli ultimi mesi, anche grazie all'alto corso mantenuto dall'oro sui mercati globali a séguito della crisi economica mondiale. Ma il conflitto tra compagnie e minatori illegali si sta spostando anche ad altri mercati, primo fra tutti la Tanzania, diventata uno dei principali produttori di oro del continente. Alcune compagnie operanti nella regione di Mara, nel nord del Paese nei pressi del Lago Vittoria, denunciano l'entrata di centinaia di minatori illegali nei propri siti ogni giorno. Un'accusa però respinta dalle comunità locali, le quali sostengono di avere il diritto di cercare oro in una regione dove i cercatori tradizionali furono cacciati a forza dall'esercito in séguito alla privatizzazione delle concessioni, durante gli anni Novanta.
Ma sradicare il fenomeno dell'estrazione illegale rischia di rivelarsi più difficile del previsto. Non solo per la sua ampiezza e costante crescita, ma anche perché l'arrivo dei minatori illegali favorisce spesso una crescita economica che coinvolge la popolazione che gravita attorno alle miniere. Nel centro sudafricano di Barberton, nel nord est del Paese, i minatori illegali provenienti da Swaziland, Zimbabwe e Mozambico sono socialmente una spanna sopra agli altri, grazie agli ingenti proventi che l'attività garantisce (circa 1.000 euro al mese, una fortuna per gli standard locali), e che ha ricadute positive su negozi, alberghi e liquorerie dell'intera città.
Ma come spesso succede, anche in questo caso un'attività del genere ha il suo risvolto della medaglia dal punto di vista sociale: a Barberton come a Welkom, un altro centro sudafricano dove i minatori illegali sono presenti in massa, si stanno moltiplicando le denunce per violenze nei confronti dei minori, spesso 'venduti' come schiavi sessuali dalle proprie famiglie povere ai minatori. Alcuni di essi vengono condotti all'interno delle miniere, dove rimangono per mesi alla mercé dei lavoratori. Favorendo alla lunga l'emergere di problemi come gravidanze di minori e la diffusione dell'Aids".
Di fronte a informazioni di questo tipo io, nonostante la stessa situazione si ripeta spesso, continuo a stupirmi. Sbaglio? Non so...
E perchè tanto stupore? Perchè onestamente non sopporto proprio l'idea che nel XXI secolo, nel secolo delle grandi innovazioni tecnologiche nel campo delle telecomunicazioni, i minori siano trattati come schiavi appunto e che i mass media del Paesi "sviluppati" tacciano.
Sono un cretino io o altri lo sono? "
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15 dicembre 2009
A proposito di violenza

Naturalmente la violenza a Silvio Berlusconi va deprecata e fermamente condannata come ogni tipo di violenza. Confesso però di non avere seguito i dibattiti sui mezzi di informazione, a cominciare dallo speciale del TG1 per continuare con la trasmissione di ieri sera di Bruno Vespa.
La nostra informazione televisiva- e purtroppo non solo quella- è ad uno stato di tale miseria aggravata dalla sovrabbondanza di mistificazioni e dall'insipienza di chi dovrebbe guidare la contro informazione che confido di essermi persa davvero poco.
Quello che posso dire- perché lo sento sulla pelle tutti i giorni- è che le persone oneste e libere in questo paese vedono ridotte le concrete possibilità di esprimere pienamente il proprio pensiero e soprattutto la possibilità di contribuire a modificare la realtà .E così la speranza di vivere in un paese civile, in un era di progresso e di libertà , si va frantumando contro la dura realtà, e il mio spirito si ritrova fiaccato, in un misto che è fatto di accettazione ed è vicino alla sconfitta.
Ma veniamo ad un tentativo di analisi che vi conduca a comprendere il mio punto di vista sui fatti che stanno accadendo .
La violenza in questo paese è ormai nelle istituzioni . Penso alla xenofobia con cui oramai stiamo convivendo quotidianamente , grazie anche ad azioni di governo che spesso la sostengono e qualche volta addirittura la incitano , penso all'abitudine, oramai consolidata, di rinunciare alla lotta alla criminalità , perlomeno alla macro criminalità , con tentativi , talvolta riusciti di sviare le indagini sui reati comuni , e di accanirsi contro chi di quella criminalità è vittima , penso alla immigrazione clandestina, colpita con leggi razziali che soddisfano la voglia di vendetta di una parte della popolazione e mai vanno al cuore del problema, ma non solo, alla questione della prostituzione con tentativi , per ora abbozzati, di salvataggio di chi con lo sfruttamento ci vive e ci prospera, anche quando non si tratta di singoli ma di realtà delinquenziali organizzate, ed anche ai più gravi reati finanziari coperti da leggi che legalizzano i falsi in bilancio , assicurano scudi fiscali , facilitano il riciclaggio del denaro sporco; penso all'abbassare la guardia nei confronti della criminalità organizzata, in un paese che vede buona parte, quasi la metà del proprio territorio in mano alla mafia, all'andrangheta, alla camorra . Penso alla omofobia, al fatto che leggi come quelle contro la violenza di genere non siano riuscite a passare, ma anche leggi meno discusse e pacifiche, in alttri paesi , come i pacs o le unioni civili o ancora leggi sul testamento biologico. Penso al fatto che le donne continuano a morire e a subire violenze all'interno delle nostre case , nelle nostre famiglie così perbene e così sacre.
Penso ai primi 100 giorni del governo Prodi, giorni nei quali una parte poltiica si è ostinata a non riconoscere i risultati delle urne , e le piazze si sono riempite di ex fascisti e di neo fascisti. Quella stessa parte poltica che oggi , confortata dall'esaltante risultato delle urne non fa che richiamare e strumentalizzare il consenso popolare di cui indubbiamente gode.
Ve le ricordate quelle civili discussioni, nelle quali abbiamo sentito riecheggiare il disprezzo per le consultazioni , quasi il ritorno della derisione di mussoliniana memoria legata ai ludi cartacei . Ecco, a mio modo di vedere il seme della violenza alle istituzioni e nelle istituzioni è stato gettato allora ed ha avuto modo, purtroppo, di alimentarsi e di prosperare .Ha potuto contare sulla reazione, tiepida e poco virile, addirittura poco solidale , di chi la legalità e la democrazia doveva difendere e affermare e invece era distratto da tutt'altre faccende.
Non voglio aggiungere altro mi sento stralunata e basita .
violenza
istituzioni
ludi caratcei
| inviato da chiaratosta il 15/12/2009 alle 4:49 | |
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28 novembre 2009
Anobii , romanzo storico e la colonna sonora di Marco Visconti
E' difficle per me tenere questo Blog se non parlando di ciò di cui mi occupo
E, ultimamanete, la passione politica sta scemando. E' una stagione un po' più intimista. Che vi devo dire? Mi prenderete così.
Una delle mie occupazioni giornaliere, ora, è il collegamento sul web ad Anobii , su cui ho aperto la mia libreria : w.anobii.com/people/chiaratosta/
In questo modo partecipo anche, con soddisfazione, a vari gruppi e tra questi a quello su i romanzi sotrici ideato da Conte Mascetti . Inoltre faccio qualche tentatvio bislacco di scrivere , partecipando a " Lo scrittorio " . devo dire che mi stanno incoraggiando ed è al di là di tutto una bella esperienza . Non so quanto potrà durare poichè scrivo una serie di trame tutte non finite . Mah!!
Era un po di tempo , dunque, che mi ballava in mente la colonna sonora de il Marco Visconti una produxzione televisiva che forse qualcuno di voi ricorderà che mi affascinò molto, all'epoca , fino al punto di portare il romanzo storico , come tema di una tesina licelae ai tempi dell'esame di maturità .E soprattutto di quella produzione mai mi ha abbandonato , appunto, l'aria sonora : Frafalle coorate sull'arazzo del storia...
E'stato così che rispolevrando questi ricordi ho trovato, in rete, del materiale dedicato a Herbert Pagani , il giovane autore di quelle note , un artista come si direbbe oggi globale, premauramente scomparso alll' età di 44 anni. Mi fa piacere porre al termine una sua imagine, io lo ricordo artista impegnata con le lotte sessantottine di allora.
Grazie a questa ricerca su Herbet Pagani ho anche incontrato il sito web di sguardo Mobile che al di là del pezzo , bello, dedicato ad Herbert, ho intenzione di frequentare costantemente . Un luogo che , come dicono i coautori, nella presentazione ai naviganti, ha cara la cultura e rivendica la democrazia.
Vi sarete anche accorti cho aggiunto tra i link quello di Leone editore , una piccola casa editrice di Modena con delle offerte innovative che per l'appunto ho scoperto grazie al gruppo su i romanzi storici. Credo che approfitterò di qualcuna delle loro gemme per i regali di Natale, in considerazione che per la distribuzione l'editore è presente presso i punti vedinta delle catene MEL BOOKSTORE.

Romanzo sttorico
Herbeert Pagani
| inviato da chiaratosta il 28/11/2009 alle 6:36 | |
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13 novembre 2009
American green dream

Come acluni di voi sanno ho esercitato per circa un anno e mezzo il ruolo di responsabile regionale delle Risorse Umane in una macro-regione giustamente ritenuta minore. In ogni caso ho amministrato e gestito, in quel periodo, il destino di 3000 /4000 persone.
In questi utlimi anni – grazie al ritorno in Toscana- benché in posizione più defilata, ho guidato il processo di apprendimento on line , in pratica la più forte innovazione strategica della nostra azienda in materia di Risorse Umane nella cui attuazione il territorio ha giocato un ruolo non del tutto secondario.
Questa esperienza oramai decennale nella famiglia professionale delle risorse Umane mi ha dato titolo e occasione per accedere all'associazione professionale AIDP .
Questa volta appunto vi interesso per una bella intervista pubblicata sul mensile “ L ' impresa “ organo di stampa dell'associazione .
Mi riferisco all'intervista alla consulente di Obama Katleen Kennedy Townsend nella quale la manager racconta l'American green dream .
Vi domanderete chi è Kathleen e forse come è.
Per il come ho aggiunto una fotografia che ci rimanda un' immagine di donna minuta, con i capelli neri, nonostante i ciiquantotto anni sonati , un po' perfezionista . Un bel sorriso allineato e un po' forzato, insomma non proprio smagliante .Un' immagine probabilmente lontana dall'iconografia classica della manager americana.
Katleen è la figlia primogentita di Robert Kennedy ; se volete vederla a diciassette anni nella disperazione per l'attentato in cui il padre perse la vita scorrete fino in fondo questo post.Nella carriera politica si è misurata con incarichi di rilievo in qualità di Vice Governatore del Maryland.Attualmente - anche come professionista e consulente privata- si applica alla materia dello sviluppo economico, investendo energie e professionalità sui temi della difesa ambientale, e delle biotecnologie.
Nonostante che unica nel clan dei Kennedy si fosse schierata con Hillary Clinton , oggi collabora con l'Amministrazione Obama senza riserve e crisi di accoglienza.Nell'intervista Ella dà appunto grosso spazio ai programmi innovativi che puntano sullo sviluppo della biotecnologia arrivando ad affermare entusiasticamente che “ Il biotex sarà il Next new Google”.Affronta senza reticenze il tema della crisi ricordando che la disocuppazione in Usa toccherà indici storici , l'11% probabilmente già entro il presente anno.Ed è qui che entra in gioco la Green Economy cui proprio Obama affida l'opportunità di usare la crisi come modello di nuovi stili di vita e come grimaldello di sviluppo.Si parla di un piano di recupero nel settore energetico che conta già ora su un fondo di 90.000.00 di doallari stanziato per ricreare energia pulita, per esempio rendendo gli edifici governativi più efficienti del 75%, coibentando oltre due milioni di abitazioni oggi in mano a possessori di basso reddito . Si parla di ripristinare la ferrovia e di migliorare il trasporto dell'energia rinnovabile.
A fine di questo spaccato sulle innovazioni di Obama e della sua Ammnistrazione non posso che pensare, con un po' di tristezza, al nucleare di terza generazione per il quale si batte, con il tempismo che tutti possiamo notare, il nostro premier.
nucleare
green economy
AIDP
| inviato da chiaratosta il 13/11/2009 alle 20:40 | |
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12 novembre 2009
aggiornamenti
La linea del Pc è sempre più ballerina. In questi giorni sta scemando per me l'interesse poer i temi più prettamente politici . Ho seguito l'elezione di Bersani alla guida del Pd e ne ho ricavato che stiamo facendo un passo indietro su tante novità che rano state introdotte .....
Ma , si vede che doveva andare così..
Ora mi sto occupando di srcrivere, Non so se mai riuscisò a terminare lameno un racconto. E' un tentativo alquantro strampalato. Per il resto ho in animo di parlare , contuinrae aprlare di Africa.
A presto.
| inviato da chiaratosta il 12/11/2009 alle 6:13 | |
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6 novembre 2009
Per non dimenticare . Volti e colori del Darfur
Il 26 ottobre u.s. Antonella Napoli ha tenuto la Conferenza Stampa per la presentazione della mostra fotografica " Volti e Colori del Darfur". In pratica Palzzo Madama ospita la mostra grazie all 'interessamento della Commssione per i diritti Umani del Senato presieduta dal Senatore Pietro Marcenario.
La mostra, sarà aperta al pubblico dal 10 novembre fino al 10 dicembre 2009.
Antonella Napoli Presidente di Italians for Darfur e soprattutto il suo ultimo reportage dal Darfur meriterebbero ben altro spazio sui blog e soprattutto su questo mio. Riparerò al più presto.
Intanto potete accedere alle n otizie su questi link:
http://www.itablogs4darfur.blogspot.com/
http://www.facebook.com/event.php?eid=186432971868

| inviato da chiaratosta il 6/11/2009 alle 7:6 | |
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6 novembre 2009
vita privata- aggiornamenti
La tecnologia continua , in questo periodo, a non essermi amica,; la linea Aliice 7 mega che faticosamente è stata ripristinata dal settembre 2009, dopo quasi tre mesi di stenti - un'avventura che vi risparmio- continua ad essere ballerina .
Intanto la mia vita scorre come sempre , un po' monotona e un po' rattristata dallo stato del paese . Da quell'alba di benessere e di civiltà che in tanti attendiamo e quasi disperiamo di poter vedere.
L'ago della bilancia è sempre nei miei pensieri e in questi utlimi due mesi sta scendendo lentamente ma è in discesa.
Intanto la casa di Vignole che è in via rispristino assorbe molto del nostro tempo e del nostro lavoro.Emerge in me e in chi ci sta vicino la volontà di recuperare tutto ciò che abbiamo in casa, in soffitta, o in garage, in qualche anfratto dimenticato. Così ci dedicheremo ad un po' di decoupage e a qualche lavoro sartoriale di piccolo artigianato.
Ho in mente il recupero di una drappo corsaro e se tutto va in porto vi racconterò la sua storia.
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6 novembre 2009
L'idea di Arte di Massimo Grimaldi

Avrei voluto dedicare a questo artista ed alla sua idea di arte più delle quattro righe che usciranno fuori dai miei sforzi.
Purtroppo su rete ho trovato pochissime notizie, qualche foto ( come quella che ho postato) e la certezza che il profilo, così scarno, che se ne ricava non è casuale.
Massimo Grimaldi ha la caratteristica, rara di questi tempi, - e direi stimabile in sé- di rifuggire dall'autocompiacimento,di sottrarsi allo strapotere dell'immagine, così caro ai media contemoporanei.
Massimo interrogandosi sul significato di essere artista oggi, ,e di come l'arte viene percepita da chi artista non è ha il coraggio di riflettere sulla condizione di autoreferenzialità e di limitazione della speculazione estetica. E il risultato , anziché di inazione, lo porta ad uscire fuori dal guscio , a colmare la distanza dello spazio vacuo che altrimenti ne deriverebbe, con comportamenti originali , pure nella loro elementarità ; comportamenti che insegnano un'arte in azione, sempre diretta a potenziare elementi di solidarietà e di integrazione. Valori di cui, oggi, in molti sentiamo il bisogno come il pane.
Massimo Grimaldi nasce dunque a Taranto circa 35 anni fa. La su arte però si sviluppa principalmente al nord .
Per i non addetti ai lavori l'opera di Grimaldi acquista risalto grazie al recente premio che gli ha assegnato la Giuria del concorso internazionale MAXXI 2per100 decidendo di finanziare il nuovo ospedale di Emergency a Juba in Sudan che verrà costruito sotto il coordinamento dello studio tamassociati .
In pratica l'idea nasce dalla collaborazione dell' autore con Emergency ma a a sbloccare il tutto e ottenere il finanziamento è appunto il fatto che Grimaldi realizza un servizio fotografico con immagini, realizzate in progress, di tutte le fasi di costruzione e di inizio dell’operativita` del nuovo ospedale. Questo servizio, avendo appunto vinto il concorso, sara` mostrato in una doppia video proiezione sincrona su una parete esterna del MAXXI.e alla realizzazione dell'opera andrà il 92% del compenso previsto dal bando.
Il MAXXI è appunto il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo che apre i battenti a Roma proprio in questo mese di novembre ed è visitabile gratuitamente fino al 15 p.v. . Grazie al progetto di Grimaldi e al suo servizio fotografico il MAXXI ha appunto la sua facciata . Il proprio logo di immagine ; e ha trovato il modo migliore di presentarsi al mondo dei visitatori e per accreditarsi in quello dell'arte con un percorso innovativo che a fronte di tanti scenari di impotenza ci fa dire con orgoglio “ yes we can”.
Ancora una volta la peggiore figura la fanno i mass media. E' un po' che tengo questo post in cassetta e me ne scuso con voi. Il,giorno che l'ho scoperto la notizia era ancora fresca di stampa .
Quello stesso giorno il TG1 delle 20,00 dedicava ampio spazio nei titoli di apertura e nei sevizi ad una tale, per me innominata, che ha il pregio essere un ex di Leonardo Di Caprio e e, se non sbaglio, sempre a questa notizia dedicava un approfondimento, su uno speciale che mi sono ben gaurdata dall' appuntarmi e dal seguire .
Nessuna notizia invece sul MAXXI e sull'importanza che questa opera ha per la progettazione della vita e degli spazi nella nostra capitale. Per il rilancio di Roma e della cultura italiana all'attenzione del mondo internazionale.
Per chi vuole saperne di più consiglio di seguire l'intervista all'artista israeliana Zaha Adid che ha vinto il progetto per la realizzazione del nuovo polo espositivo.
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11 ottobre 2009
Hollywood, Bollywood, Nollywood
L'interessante segnalazione del mio amico on line Daniele Mezzana mi consente di a avvicinarmi oggi all'Africa in maniera un po' meno stereotipata ,
Non a torto Daniele nei suoi ultimi post parla di “ L'altra Africa”, quella che non fa notizia che ci rimanda una quotidianità non fatta solo di fame, stenti, guerre, divisioni tribali e ci pone a confronto con una vitalità e innovazione di questo continente misconosciuta ai più e che in qualche misura se non disturba certo sconcerta.
La notizia è che Nollywood- l'industria cinematografica nigeriana, specializzata in homevideo- è la terza al mondo per produzione cinematografica. Questi creativi registi al momento si rivolgono principalmente al mercato interno: la loro inventiva consente la produzione , si stima, di almeno 1200 film all'anno , il punto di forza è la distribuzione nei video- club , in ogni caso cica il 67% delle famiglie nigeriane possiede una videoregistratore e i prezzi stracciati di noleggio e acquisto fanno il resto.
Giustamente si parla a proposito di questa produzione di fast food del cinema, guardando al crollo vertiginoso del time to market ( circa due mesi per giungere al prodotto finale) ed anche al modestissimo budget finanziario impegnato per ogni singola pellicola ( circa quindicimila euro ) . In effetti i film sono girati anche con videocamere amatoriali e montati artigianalmente . Insomma se si aggiunge che i soggetti sono spesso arraffati e le sceneggiature sommarie e poco lavorate quest'imprenditoria ha qualcosa di fortunoso. Eppure questa industria sforna talenti , volti cinematografici che non crescono negli studios e ciò nonostante diventano divi, usufruiscono di ingaggi favolosi e riempiono il gossip dei tabloid .
Credo che il successo in patria di questa produzione sia ben identificato dall'efficace espressione del regista Claude Balogoum, “immagini africane per gli africani” ; c'è qualcosa diirriverente e di incontenibilemnte vitale che rapisce in questo modo di fare cinema , certamente alternativo anche se forse inconsapevole rispetto al campione Hollywoodiano.
E ci sono anche migliaia di posti di lavoro che in qualche maniera riescono a dare sopravvivenza attraverso questa industria, un modo di vivere colorato ema anche combattivo e duro , una mangerialità che quotidianamente sfida il tempo, poichè è il rignerarsi continuo delle storie sfornate ad un ritmo di circa 40, 50 a settimana che consente di stare sul mercato e di battere la temibile concorrenza della pirateria.
E soprattuto c'è la grande opportunità di raccontare l' 'Africa, non come luogo esotico o tribale, non come realtà stereotipata e immaginaria ma come quotidianità viva e reale, poi non così differente dai sogni, dalle miserie e dalle grandezze con cui ci misuriamo giorno, giorno noi occidentali. E c' è anche la possibilità di arrivare a circa il 90% della popolazione nigeriana con un prodotto che, talvolta di puro trattenimento, tavolta anche di educazione e di denuncia ,ha il pregio di non essere condizionato dalla necessità dei forti investimenti.
Per saperne di più :
http://www.missioni-africane.org/250__Nollywood_la_via_nigeriana_al_cinema
http://www.ted.com/talks/lang/ita/franco_sacchi_on_nollywood.html
http://www.thisisnollywood.com/http://www.nollywood.com/
cinema
mollywood niger
| inviato da chiaratosta il 11/10/2009 alle 6:15 | |
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10 ottobre 2009
intimismo, introversione
Nonostante che i temi poltici non manchino vi interesso per una notizia di genere più intimista.
Dunque l'altro giorno, quando il lodo Alfano era appena caldo di stampa, compro La Repubblica e L'unità per assumere più informazioni , visto che quelle dei nostri servizi pubblici televisivi mi sembrano, come sempre, banali e mal poste. L'Unità ha anche una bella cronaca , pagine dedicate alla realtà fiorentina e Toscana. E' un po' di tempo che penso che questo giornale è uno dei pochi degni di essere comprati . Ma la notizia che mi colpisce è di La Repubblica : "La burocrazia oscura Perugino ",
Si tratta di uno dei tanti capolavori trascurati del nostro patrimonio artistico il cenacolo del Perugino accanto alla Chiesa di Santa Maddalena dei Pazzi con ingresso da Borgo Pinti 56.
Come denuncia il pezzo l'affresco non è mai stato restaurato ed è chiuso al pubblico dall'inizio del 2007. In realtà, anche in epoca antecedente, le visite erano rimesse alla buona volontà dei padri che curano la Chiesa . Neanche la recente offerta di volontari civili per svolegere questo servizio ha vinto le resistenze dei burocrati e la loro atavica incapacità ad assumersi le proprie responsabilità.
Questo pezzo mi ha riportato indietro di anni all'epoca della mia giovinezza , non a caso, infatti, il cronista cita il Liceo Michelangelo in via della Colonna . Probabilmente i suoi allievi sono stati tra i pochi a conoscere l'esistenza di questo capolavoro. Infatti all'inizio dell'anno scolastico la celebrazione della Messa ,credo, si tenesse, proprio nella Chiesa di Via Maddalenza dei Pazzi. La mia pervicace radice laica mi ha tuttavia impedito di accedere ai piaceri estetici connessi. Ricordo vagamente un invito di Don Ciolini che devo avere schivato con ferma gentilezza. E ricordo anche , cosa che mi fa più male e ancora arrossire, un giorno invernale, passo da la Repubblica il lungo corridoio interno che al Liceo Michelangelo conduce verso gli spazi riservati al'attività ginnica. Il vecchio custode è impegnato in una breve discussione con una ragazza, giovane, messa in stile casual, capeli lunghi e lisci , blu jeans, forme contenute e mal celate, e con un pronunciato accentro straniero. La ragazza studente americana a Firenze si interessa di un dipinto del Perugino che sa ospitato nel Liceo Michelangelo. E , in effetti, il cusotode la indirzza dalla Prof di Ginnastica. Così la giovane ottiene l'accesso alla palestra e sotto i miei occhi e credo, il mio sguardo severo e incredulo , con non chalance l'insegnante le indica l'affresco : una Madonna con bambino che sta dietro il palco sopraelevato della cattedra. Penso ai palloni che qualche volta abbiamo scagliato contro la parete, anche involontariamente giocando a pallavolo. E penso soprattutto a quella cittadina amtericana, più degna di noi, per l'affetto e la conoscenza dimostrata rispetto alle nostre opere artistiche , un affetto che l'ha spinta oltre atlantico .
Se volete sapere cosa mi hanno fatto perdere i mei bollenti spiriti di liceale andate a vedervi la voce "Chiesa di Santa Maria Maddalena dei Pazzi su Wikipedia, un oscuramento che non riguarda solo bellezze artistiche ma anche, come la mia frettolosa lettura, oggi, mi consente di cogliere , il mancato riconoscimento di una spiritualità femminile cui il seicento fiorentino , a quanto pare, deve molto. Spero di potere tornare su questo argomento,

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22 settembre 2009
Diritti umani delle donne
Alcuni sono convinti che la differenza di genere nella tutela dei diritti umani sia una sperequazione qualificante , talmente qualificante da legittimare questa dizione anzichè ricomprendere il tutto nella dizione generale diritti umani .Io sono di questa opinione ; sono talmente gravi i trattamenti deteriori che riguardano le donne nei continenti non occidentali ma anche la realtà che molte donne vivono nel chiuso della famiglie e sono talmente pervasivi e striscianti nella cultura dominante il senso di privilegio e di potenza che accompagna i comportamenti dei maschi che non si può fare conto di nulla e appunto i diritti umani delle donne diventano una cartina di tornasole per essere certi dello stato di una democrazia.E alcune notizie, anche recenti, sembrano darmi ragione. Da una lettura superficiale ma interessata vengo a sapere che , per esempio, nel Vietnam nonostante la recente sensibilità per la questione femminile , gli atavici pregiudizi e la vecchia mentalità sono duri a morire e il controllo delle nascite è gestito in modo tale che la sperequazione a favore dei maschi è in continua ascesa .
La legge che costringe i nuclei familiari ad avere non più di due figli è stata reintrodotta di recente nel 2008; così la gente preferisce i figli maschi e le donne abortiscono se sono in cinta di bimbe femmine . E la sterilizzazione viene praticata solo nei confronti delle donne. L'incidenza dei due sessi alla nascita è quest'anno di 100 bambine a fronte di 112 maschi , niente di paragonabile alla vicina Cina in cui i maschi sono a quota 120. Così non è peregrini fare di questo dato un indicatore affidabile in termini di diseguaglianza di genere.
L'altra notizia è fresca di stampa e riguarda l'Ammnistrazione Obama . E la nuova poszione sulla violenza domestica e sessuale contro le donne . Di significativo c'è che anche l'America si interroga e si scopre arretrata non sul piano legislativo ma sul piano della effettività . E che Lynn Rosenthal già direttrice della Rete Nazionale contro la Violenza domestica è stata chiamata a collaborare con la compagine governativa. Speriamo bene, l'ottimismo femminili è cauto e io sono con loro....
Tanto per completare il quadro che ne dite della revisione costituzionale in atto a santo Domimgo dove lo stato sposa le posizioni ecclesiastiche e proibisce l'interruzione di gravidanza in pericolo di vita per la madre . Se non ci svegliamo con tutto il prepotere che la Chiesa ha attualmente in Italia, soprattutto nelle fonti di informazione e i media nazionali credo che questi tempi non tarderanno a tornare anche da noi.
vietnam - sterilizzazione -
| inviato da chiaratosta il 22/9/2009 alle 5:27 | |
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10 settembre 2009
Sono tornata
Ragazzi, sono finalmente tornata ....
E' un periodo che la tecnologia non mi è amica....
Ho effettuato un abbonamento con Alice solo linea ed è stato un vero disastro...
Ho dovuto resettare il computer e non mi trovo più con niente.
Non riesco ad entrare in face book e similmente in altri social network.
e' cambiata la barra degli strumenti di questo post ....
Insomma ho le gomme a terra.
A presto.
Chiara
| inviato da chiaratosta il 10/9/2009 alle 7:2 | |
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15 giugno 2009
un pezzo di africa in italia
Si sa che per vedere un programma decente ocorre stare davanti alle Tv in orari indecenti.
E ' così che martedì 10 giugno spippolando sul telecomando, finalmente mi sono imbattuta nel programma di RAI Educational sulla rete tre intitoalto un mondo a colori.
La punatata era dedicata al femomeno della "transumanza " che riguarda più di tremila extracomunitari quasi tutti irregolari e proveniente dai paesi dell' Africa occidentale che da novembre a gennaio offrono la propria manovalanza in provincia di Reggio Calabria -piana di Gioa Tauro- per la raccolta degli agrumi.
Il mercato di questo lavoro nero è regolato dal caporalato in mano ai marocchini. Si scopre poi che questa orda di immigrati , finita la raccolta degli agrumi, si spostano verso Cassibile (Siracusa ) per la raccolta delle patate e poi. d'estate in Puglia per la raccolta dei pomodori.
L'ultima parte della puntata ha riguardato la situazione dei sudanesi che grazie alla guerra in Darfur godono dello status di rifugiati poliltici.
Il reporter segue un gruppo di loro e simapatizza con il più giovane- Aron- che si assume anche l'onere di fare da guida e da trainer del gruppo .
I sudanesi dunque sono quasi tutti regolari e il lavoro a Cassibile pure è regolare ( a Rosarno no ) ma non riescono ad ottenere il permesso di soggiorno o il rinnovo della protezione umanitaria perchè non possono consentirsi una residenza a causa della "transumanza" il oro peregrinare per l' italia alla ricerca del lavoro , un lavoro tipicamente stagionale.
Aron a differenza dei suoi connazionali , oramai non si colega più alla radio per saperne di più sulla guerra in Darfur. . Aron era uno studente e l'unico che conosce l'inglese tra il gruppo di sudanesi in Italia ; la fattoria dei suoi è stata distrutta a causa dela, guerra . Aron qui si trova bene . Dichiara che gli italiani sono buoni. Il suo sogno è trovare un lavoro . E stare in pace ma si dichiara ugualmente felice all'80%.
Se volete saperne di più collegatevi qui :
http://www.unmondoacolori.rai.it/
| inviato da chiaratosta il 15/6/2009 alle 21:15 | |
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5 giugno 2009
Vi racconto la storia di Gianni -
A farmi venire in mente questo tema laterale ( ma non troppo interessa milioni di famiglie italiane )i è questo articolo
http://notizie.virgilio.it/notizie/cronaca/2009/06_giugno/04/scuola%20licenza%20media%20come%20concorso%20ostacoli%20%20spunta%20%20sei%20rosso%20,19420337.html?pmk=nothpstr2
Sono stata sempre contraria al sei poltico e lo sono ancora.Ma introdurre la meritocrazia alla scuola dell'obbligo nelle condizioni attuali , senza un'assistenza vera alle famiglie che non sono in grado di seguire negli studi i figli, ancora una volta significa solo fare una scelta di classe , ingiusta e politicamente orientata , da una destra che non ha niente di liberale. Teniamo conto che la scuola dell'obbligo oggi impone lo studio di due lingue oltre l'italiano, che si sono aggiunte materie nuove come l'uso del pc ecc. Che cosa può fare una familgia , in cui si parla solo un pistoiese verace ?
Gianni è un bimbo di 13 anni , bello in salute e in grave sovrappeso. Si è confrontato già da qualche anno con il problema della separazione dei genitori e con problemi economici consistenti.
Ha sempre avuto problemi con la scuola, sia perchè la famiglia, di classe operaia, non lo può supoportare adeguatamente negli studi , sia perchè ha un carattere permaloso come il sangue calabrese che gli scorre nelle vene , viene incitato ad aprirsi , dalla famiglia, ma certo non gode di lezioni di diplomazia. Sta imparando a farsi le proprie ragioni , fortunamente è molto ligio alle regole e questo lo sostiene nella educazione. Chissà quando mai potrà apprendere un modo assertivo di porsi nel dialogo e nella relazione con gli altri. Chisssà quando la sua volontà pure esistente e già rodata potrà aprisi al senso del piacere oltre che a quello del dovere.
.Gianni ha una passione un po' sconcertante , viste le premesse, per le terzine dantesche,conosce bene Dante e la sua storia è appassionato alla mitologia e nella lingua italiana va forte, nonostante tutto. Ha un forte senso dello stato e parimenti un forte rispetto per le forze dell'ordine . . E' scarso, molto, in matematica ma anche nelle lingue straniere . In geografia e in storia fatica a prendere la suffcienza . Conquista solo i professori, con qualche impennata, in cui la passione ha la meglio su alcune carenze di base. A scuola nella prima media ce l'ha fatta e sembra che ce la faccia anche in seconda . Ma se entrassero in vigore queste nuove regole difficlmente potrà cavarsela l'anno prossimo. Solo se i suoi comprenderanno a pieno i pericoli e consentiranno che si allarghino le maglie e il paracadute della solidarietà famigliare.
Ma si può continuare così in questo paese di cacca?
| inviato da chiaratosta il 5/6/2009 alle 7:8 | |
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5 giugno 2009
E sono passati vent'anni-
Volevo dedicare un post al massacro di Piazza TiananMen, avvenuto appunto il 4 giugno 1989 . Poi ho letto il bel post dell'amico Paolo Borrello e trovo giusto lasciare spazio alla sua interessante e particolare ricostruzione. Aggiungo solo alcuni link che per i volenterosi possono completare il quadro : http://it.wikipedia.org/wiki/Protesta_di_piazza_Tiananmen http://images.google.it/images? http://it.wikipedia.org/wiki/Zhao_Ziyang source=ig&hl=it&rlz=1G1GGLQ_ITIT250&q=piazza+tien+an+men&lr=&um=1&ie=UTF-8&ei=66EoSrDTIJWQsAa3oqHbCQ&sa=X&oi=image_result_group&resnum=4&ct=title http://www.censurati.it/?q=node/3532 http://www.senzasoste.it/per-non-dimenticare/i-fatti-di-piazza-tien-an-men-20-anni-dopo-2.html
Sarebbe interessante comprendere meglio la posizione e il perchè della posizione assunta da Michail Gorbacev nel corso della visita a Pechino e nel corso di questa primavera. Una prospettiva che il Post di Paolo Borrello, appunto apre.
| inviato da chiaratosta il 5/6/2009 alle 6:30 | |
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27 maggio 2009
Vi presento Monica Giuntini -

E vi chiedo di votarla !!
Monica è candidata al Parlamento Europeo nel collegio elettorale "Italia Centrale ". Nonostante che Monica sia una parlamentare europea uscente - dall'ottobre 2008 fa parte della delegazione italiana del PSE, in sostituzione di Lilli Gruber - il partito la candida in sesta posizione .
La conosco grazie al sito P & D -Politica&Donne http://www.politicaedonne.blogspot.com/ ma soprattutto, sono in grado di parlavi di Lei grazie al suo sito che visito costantemente in questi utlimi giorni e giudico un buon esempio di comunicazione e di democrazia in rete.
Ma prima di dedicarmi a Monica voglio dire qualche parola su come il partito ha affrontato questa campagna elettorale e sul ruolo che in essa campagna sta assumento la questione femminile. Probabilmente vi è noto che il Pd ha n uovamente lanciato un appello per portare donne al al parlamento europeo. Anche se le speranze sono ridotte al lumicino. Guardatevi questa lucida ricostruzione su L'Unità. http://www.unita.it/news/84879/poche_in_fondo_alla_lista_eurocandidate_corsa_in_salita
Nel caso del Pd ci sono alcune cose specifiche da aggiungere. Le ha aggiunte Vittoria Franco nella sua intervista a L' Unità", denunciando che, nei fatti, la campagna elettorale, dominata dalla paura di non essere garantiti nel risultato, ha portato in molti casi ad accordi di sottobanco , diretti all'utilizzo di una sola preferenza secca indirizzata ad una candidatura maschile.
Si è molto discusso della questione femmnile all'interno del circolo on line del PD Barack Obama il circolo cui aderisco e , sia con riferimento alla parità di genere nella elezione degli organi dirigenti , sia ultimamente per queste elezioni. I link alle discussioni sono questi :
http://pdobama.ning.com/forum/topics/alle-europee-votiamo-almeno
http://pdobama.ning.com/forum/topics/mod-la-questione-femminile-nel
Non sono in grado al momento, per stranezze della piattaforma su cui opera il circolo on line del Pd Brack Obama di indicarvi i link alle discussioni del periodo elettorale. Vi basti sapere che l'invito mio e di altri amici/amiche di rispettare la parità di genere nell'esprimere le preferenze ( a disposizione tre per ogni genere) e cioè praticando il criterio dell'alternanza doverosa per ogni preferenza espressa, regola peraltro tacitamente accettata in molti circoli territoriali, non solo non è passato ma l'argomento è stato occasione di insulti nei nostri confronti con l'accusa reiterata nella discussione sopracitata che siamo contro il merito , femminste e retrograde.
Mi è sembrato giusto portarvi a conoscenza del terreno in cui è maurata questa mia niniziativa di presentarvi e consgliarvi alcune nostre candidate.
Ed eccoci a Monica. Vi parlo prima di tutto della sua attività di deputata europea su cui ho più notizie. Notizie che potete anche personalmente riscontrare attraverso i 6 video intitolati " L-Europa è più vicina " in cui Monica si propone come nostro inviato dall'Europa. In Europa Monica fa parte della commissione sullo sviluppo regionale e guarda e opera soprattutto per la diffusione dei relativi finanziamenti e sulla comssione relativa ai diritti civili. La sua attività è particolarmente vicina alle tematiche del mondo e del mercato del lavoro, dello sviluppo sostenibile del territorio e alle tematiche dei diritti e delle uguaglianze con un occhio preferenziale alle questioni dell'immigrazione. La sua sensibilità per il mondo del lavoro me la rende cara, a sentirla parlare mi sembra di tornare a trattare i temi di cui sempre mi sono occupata in azienda . E di cui ancora mi occupo, per esempio, nel campo della formazione aziendale sulla sicurezza. E' così che Monica da europarlamntare si è impegnata per i possibili interventi a sostegno della siderurgia , del settore della componentistica d'auto , portando al parlamento europeo delegazioni del polo siderurgico di Piombino e rappresentanze sindacali . Ma voglio anche ricordare che Monica Giuntini ha un curriculum di tutto rispetto : Monica , è sulla scena politica da più di 20 anni ; toscana doc, ha operato in particolare a Castagneto Carducci , infatti dalla metà degli anni 80 fino al 2004 è prima consigliere comunale , poi vicesindaco e infine sindaco del Comune di Castagneto Carducci. Come presidente della Consulta dell'agricoltura si è battuta per il turismo eccompatibile e per la difesa della nostra vitivinicultura. Monica ha maturato una importate coscienza europeista anche nel proprio curriculum di studi partecipando al progetto Erasmus nel 1991 a Lisbona. E' stata sempre vicina alle tematiche della cooperazione internazionale e della globalizzazione e in provincia ha operato in qualità di assessore alle politiche comunitarie .
| inviato da chiaratosta il 27/5/2009 alle 22:27 | |
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27 maggio 2009
Marchiare a fuoco i sieropositivi.

Il Parlamento del paese africano dello Swaziland sta considerando una legge che imporrebbe la marchiatura a fuoco per i cittadini che risultino positivi al test per il virus HIV. Il marchio verrebbe posto sulle natiche dei sieropositivi e dovrebbe, secondo il Ministro che lo propone , avere l’effetto di ridurre la trasmissione dell’AIDS. La notizia è stata diffusa il 25 maggio dal Financial Times e sta circolando in rete ; anche peace reporter , ne ha parlato qui . Al di là dell'importanza della notizia, mi fa piacere parlare del Swaziland. piccolo regno da un milione di abitanti, incastonato tra Mozambico e Sudafrica. Il 6 settembre 2008 , il Swaziland ha festeggiato il quarantennale dell’indipendenza dalla Gran Bretagna . Si fa per dire festeggiato , il pase ha un triste primato nel continente africano. Quello appunto rigiardante il virus HIV che , secondo le notizie diffuse dall'OMS, colpisce, ad oggi, circa il 27 per cento della popolazione adulta. Le speranze di vita nel Swaziland si sono ridotte negli ultimi deci anni di ben 13 anni. Anche Vanity fair ha dedicato un servizio al Swaziland e all'emergenza sanitaria che si vive nel paese; un bell'editoriale : ne ho parlato in uno dei primi post dedicati al " Mal d'Africa". L'emergenza sanitaria non è la sola piaga da battere in questo paese. E' anche giusto spendere qualche parola sulla situazione politica e sulle responsabilità della monarchia che guida il paese . L' attuale monarca Mswati è andato al potere all' età di soli diciotto anni nel 1986. Da allora si è sempre contraddistinto per avere avviato un processo di assolutizzazione del potere, che spesso concide con la sua persona e la cerchia dei suoi fedelissimi familiari e non. In particolare dopo la caduta dell'apartheid in Sudafrica, il Swaziland modificò la propria posizione in politica estera, prendendo le distanze dal nuovo Sudafrica. Il Paese favorisce la poligamia e il monarca fa leggi a proprio uso e consumo come quellla che gli ha consentito di incoronare una delle sue ultime mogli appena diciassettenne. La conduzione dello stato e lo stile di vita del monarca , dissoluto oltre che per costumi per spensieratezza e ingordigia, è un vero insulto per la popolazione e un continuo esempio di inciviltà. Nella foto in alto vedete sventolare la banidera del Swaziland . La capitale del Swaziland è Mbabane. La prima volta ne ho sentito parlare da una missionaria Suor Gemma Del Puppo che ha prestato in questa terra la propria attività per ben olte 50 anni. Suor Gemma ha mantenuto con mamma un fitto espistolario, A lei e ai suoi moretti va il mio pensiero e il mio grazie per essere stata così vicina alla nostra famiglia.
HIV
Mbabane
Swaziland
| inviato da chiaratosta il 27/5/2009 alle 19:22 | |
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